Terre di Lunigiana

18 febbraio 2011

MA CHE BEL CASTELLO!
La visita al castello della Verrucola mi ha dato spunto per una riflessione più ampia sulla possibilità di visitare sui castelli della Lunigiana. In qualsiasi brochure turistica la Lunigiana è definita come terra dei cento castelli (alcuni dicono 120)... Ovviamente per la stragrande maggioranza di tratta di ruderi, più o meno ben conservati e accessibili. Ma fermiamoci su quelli che dovrebbero essere visitabili, ma quali e quanti sono veramente? Qua e là notizie contrastanti su internet e sugli opuscoli turistici sulla Lunigiana.
Rimanendo alla sola Lunigiana interna, i castelli abitati, sede di musei o comunque esternamente non ridotti a rudere sono:

- Fortezza della Brunella di Aulla, sede del Museo di Storia Naturale della Lunigiana
- Castello del Piagnaro di Pontremoli, sede del Museo delle Statue Stele
- Castello di Terrarossa (comune di Licciana Nardi), usato per conferenze, mercatini di Natale, parte adibita a foresteria
- Castello di Malgrate (comune di Villafranca in Lunigiana)
- Castello di Lusuolo (comune di Mulazzo), sede del Museo dell'Emigrazione della Gente di Toscana. Temporalmente (?) chiuso, ma non c'è una data di riapertura, il sito http://www.museogenteditoscana.it/, non funziona, ma se togliete il www si!...

Vediamo adesso i castelli privati. Come detto le informazioni sono contradditorie. Allora abbiamo preso in mano il telefono e abbiamo chiamato per verificare.
Questi castelli sono quelli privati visitabili, e alcuni li avevamo già visitati:

- Castello di Fosdinovo
- Castello di Castiglione del Terziere (comune di Bagnone)
- Castello dell'Aquila di Gragnola (comune di Fivizzano)
- Castello della Verrucola di Fivizzano: sono solo due ambienti con i gessi delle opere del Cascella, purtroppo non è una visita
- Castello di Filattiera: lo stesso della Verrucola.
- Castello di Bastia (comune di Licciana Nardi): all'ufficio informazioni del castello di Terrarossa, a cui ci ha indirizzato il comune, dicono di si. Ma al numero dato non risponde mai nessuno. Tre anni fa avevamo chiamato un numero di cellulare trovato su un mini depliant della provincia e ci avevano detto che non era possibili...

Tra i castelli non visitabili, che in qualche caso appaiono come visitabili in siti o brochure:
- Castello di Monti (comune di Licciana Nardi)
- Castello di Castevoli (comune di Mulazzo)
- Castello di Podenzana, solo disponibile per cerimonie
- Castello di Villa di Tresana
- Castello di Bagnone
- Castello di Licciana Nardi
- Castello di Gavedo (comune di Mulazzo)

Ci sono poi i ruderi maestosi, come a Treschietto, Tresana e Ponzanello in attesa di qualche ricco pazzoide decida di rimettere in piedi tutto, possibilità meno remota che vengano valorizzati dallo Stato (non si riesce neanche a fare uno straccio di pista ciclabile...). A Comano però sembra che si stiano ristrutturando i ruderi.
In conclusione, considero che i castelli realmente visitabili (senza contare il resto della Lunigiana storica) siano sette: Fortezza della Brunella, Castello del Piagnaro, Castello di Terrarossa, Castello di Malgrate, Castello di Fosdinovo, Castello di Castiglione del Terziere, Castello dell'Aquila di Gragnola.
Molti? Pochi?

05 febbraio 2011

Pubblichiamo con piacere, d'accordo con l'autore, questa teoria sulla mummia del Similaun legata alla Lunigiana:

ANTONIO TULUI
LA MUMMIA DEL SIMILAUN
L'uomo dei ghiacci veniva dalle Alpi Apuane
Nel libro del Prof. Raffaele C. De Marìnis e Giuseppe Brillante pubblicato dall'Editore Marsilio nel 1998 vengono dettagliatamente descrìtti il recupero e le analisi effettuate sulla mummia del Similaun nonché le ipotesi avanzate su questo uomo vissuto alla fine del quarto millennio a.C, che rispecchiano le informazioni contenute nel resoconto scientifico fatto ad opera del Prof. Konrad Spindler e pubblicato nel volume "L'uomo dei ghiacci) edito da Nuova Pratiche Editrice nello stesso 1998.
Degli argomenti trattati in questi due libri il più interessate è quello che riguarda l'indagine sul "chi era" e da dove veniva questo uomo venuto dal passato.
Per rispondere a questo quesito lo Spindler osserva che è difficile stabilire la localizzazione del "villaggio natale" dell'uomo dei ghiacci - Sembrerebbe scontato, egli afferma, collocare il nostro uomo nella soleggiata Val Venosta.
Anche il De Marìnis propende per una provenienza dalla Val Venosta e Val Senales dove sembra probabile che l'uomo soggiornò prima di intraprendere il viaggio attraverso il valico delle Alpi dove trovò la morte e rimase imprigionato
nel ghiaccio per oltre cinquemila anni.
Vale la pena a questo punto riportare quanto scrive la Brenda Fowler nel suo saggio giornalistico su " La mummia dei ghiacci" pubblicato nelle edizioni Piemme nell'anno 2000.
"Anche l'aspetto archeologico si trovava in una fase di stallo: le ipotesi erano abbastanza chiare, ma a dispetto di tutti gli sforzi compiuti fino a quel momento, gli archeologi non erano ancora riusciti a identificare dei siti, nella zona delVHauslabjooch, che avrebbero potuto gettare un pò di luce sul mondo dell'uomo dei ghiacci Tuttavia la ricerca transalpina di Annalisa Pedrotti aveva evidenziato una serie di caratteristiche archeologiche analoghe in diversi siti,scoperti su entrambi i versanti dell'alto crinale delle Alpi, fra Trento e la Svizzera sudorientale. Negli ultimi anni si era rafforzata,infatti, la sua convinzione che l'uomo dei ghiacci non appartenesse alla cultura di Remedello, e neppure a una qualsiasi altra cultura neolitica presente nell'Italia settentrionale o in Austria. "
Per quanto riguarda il "chi era" Il Prof. De Marìnis afferma che deve essere stato un membro importante all'interno del suo clan. Egli afferma inoltre che non poteva essere né un rinnegato, né cercatore di minerali, e neppure un mercante o cacciatore, o uno sciamano. Egli arriva comunque alla conclusione che l'uomo dei ghiacci era un pastore che ogni anno attraversava le Alpi per meraviglia dei conquistatori romani i quali reputavano che con una sola forma di questo prodotto si potevano sfamare più di mille bambini.
Otzi era uno sciamano , un Mago divinatore, un aruspice, uno stregone, un antenato del Divino Aronte che i romani invitarono a pronunciare la sua veggenza in merito alle sorti delle loro battaglie. Ce lo ricorda anche Dante quando cita questo "Divino Aronte" come grande Mago che "ronca nei monti apuani".
Ma resta l'interrogativo sul perchè l'uomo dei ghiacci avesse tanti e misteriosi tatuaggi sul suo corpo. Lo Spindler ritiene che questi tatuaggi siano opera di un'altra persona; in effetti, data la posizione che occupano nel suo corpo, non potrebbe esserseli fatti con le sue mani, tranne forse alcuni. Lo Spindler segnala l'esistenza di una teoria che eleva l'uomo dei ghiacci al rango di sciamano - a questa si lega l'idea che si sia recato sulle cime dei monti per essere più vicino possibile alle sue divinità nella propria funzione religiosa. Il fatto che cercasse le posizioni più ele\*.*e e portasse un oggetto simile ad un amuletto, può essere testimonianza della sua attività.
Riteniamo però errato definire "amuletto" il marmo circolare con foro centrale si tratta invece di una piccola mazza che veniva utilizzata mediante l'inserimento di un manico nel foro in essa praticato e che servila per piccoli lavori di precisione. Di queste " teste mazze" ne sono state rinvenute moltissime nei territori di Beersheba in Paletina come ci riferisce a pagina 147 Jan Perrot nel volume dedicato alla Siria-Palestina, Edizioni Nagel dell'anno 1977. Qual'è il significato di questi tatuaggi ? Questa è la domanda che si pone il Prof. De Marinis. Egli dice che mancano completamente dati diretti per quanto concerne la preistoria europea e bisogna quindi ricorrere a confronti etnografici. Il tatuaggio, egli scrive, è un fenomeno di diffusione universale, ma le tecniche e le motivazioni cambiano a seconda delle popolazioni e delle culture. Può essere eseguito per puntura oppure mediante scarificazioni che lasciano cicatrici a rilievo. Quest'ultima tecnica è utilizzata primcipalmente dalle popolazioni di pelle scura dell'Africa, a sud del Sahara, dell'Australia, della Melanesia e forse era presente anche nella preistoria europea.
Il significato dei tatuaggi, che sono segni indelebilmente inpressi sulla pelle, può essere, secondo i casi, di tipo ormamentale,legato alla distinzione sodatele, all'identità tribale, oppure - e questo è il caso forse più frequente - una pratica legata alle cerimonie di iniziazione e ai riti di passaggio all'età adulta. Vi sono prove, egli aggiunge, che l'abitudine di tatuare la pelle fosse presente fra le popolazioni preistoriche europee e del Vicino Oriente. Ma anche i confronti sono labili indicatori per capire la motivazione dei segni che l'uomo dei ghiacci ha voluto mettere sul suo corpo. I segni non erano destinati ad essere visti da altri ma celati dai vestiti e in luogo difficile per essere visti da altri. Il De Marinis conclude che i tatuaggi dell'uomo del Similaun avevano valore terapeutico, una pratica che in qualche modo rappresente un precursore dell'agopuntura, a cui era probabilmente abbinata la fede nel valore magico del numero 7 in quanto nei tatuaggi dell'uomo del Similaun poteva esprimere la somma dei gruppi con quattro linee a quelli di tre tratti con un risultato di sette segni.
I tatuaggi esibiti o celati, dice lo Spindler possono anche esprimere idee pohtiche o religiose, ma aggiunge che questi si possono interpretare inequivocabilmente come terapeutici, nell'ambito di uno o più trattamenti medici volti a lenire i raggiungere, insieme ai suoi compagni e le sue pecore, i pascoli alti della verde Valle delTOtztal.
Alle stesse conclusioni arriva il Prof. Spindler che lo ritiene fondamentalmente dedito alla pastorizia escludendo quindi ogni altra ipotesi sul "chi era" l'uomo dello Hauslabjoch.
La Brenda Fowler a pag. 284 del suo libro "La mummia dei ghiacci" ci riferisce che tutti i risultati di queste affermazioni erano messi seriamente in discussione e che la teoria del pastore che gli archeologi andavano proponendo come aveva giustamente affermato l'archeologo Lawrence Barfield, perchè,se l'uomo dei ghiacci era un pastore, fra i suoi abiti non era presente una percentuale maggiore dei pellami degli animali che accudiva ?
E' però possibile un'altra ipotesi sull'uomo dei ghiacci e cioè che appartenesse ad una tribù lunigianese. Si tratta di un'affermazione che ha bisogno di conferme scientifiche, ma si può ritenere corrispondente al vero se prendiamo in esame i punti essenziali per stabilirne la possibile veridicità.
Otzi visse nel periodo calcolitico e precisamente negli anni intorno al 3.300 a.C. Questo è stato stabilito dagli esami eseguiti dagli esperti in materia. In quel periodo, nell'italia settentrionale fioriva una grande civiltà che precedette quella di Remedello collocata intorno, o poco più indietro, nell'anno 2000 a.C. e quella di Lagozza datata intorno all'anno 2850 a.C. Si tratta della civiltà attestata dalle Statue-Stele rinvenute in grande quantià nei territori della Lunigiana che vennero colonizzati da popoli venuti dal Medio Oriente alla fine del quarto millennio a.C.
Questa migrazione fu la conseguenza del grande aumento demografico nei paesi dell'area mesopotamica, ed alla conseguente insufficienza di alimenti per la sopravvivenza in quei territori. La stessa causa che determinò la migrazione Lidia, due millenni più tardi, nella costa tirrenica.
Ora possiamo rispondere alla domanda "Chi era Otzi ?" Otzi era un gran sacerdote e capo popolo di una tribù lunigianese. Un uomo di grande esperienza e saggezza. Egli era anche un coraggioso guerriero capace di fabbricarsi da solo le armi e gli attrezzi per combattere e cacciare. Otzi viveva nella regione delle Alpi Apuane e quindi era un esperto montanaro. Dalle alte cime del massiccio delle Apuane egli poteva osservare a Sud la Corsica e le isole dell'Alto Tirreno e a Nord le vette delle Alpi che raggiungevano una altitudine maggiore di circa 2000 metri rispetto al suo punto di osservazione. Da buon adoratore dei "Luoghi Alti" egli sperava di poter raggiungere un giorno la più alta sede delle sue divinità, tra le quali il dio Luna che era anche il principale dio della sua religione al quale il suo popolo aveva dedicato il nome della città che fondarono alla foce del fiume Magra.
L'alimentazione di Otzi era a base di carni e di formaggi ottenuti dagli intensi allevamenti di bovini e ovini delle valli del Magra, del Vara e dei numerosi corsi d' acqua perenni in quasi tutte le stagioni dell'anno.
A tal proposito dobbiano dire che il famoso formaggio "parmigiano" deve la sua origine a questo territorio ed è da questa regione che venivano le grandi forme di formaggio che recavano il marchio del dio Luna. Questi formaggi destarono la disturbi artritici dell'uomo dei ghiacci.
Ma se analizziamo attentamente questi tatuaggi, composti quasi totalmente da linee parallele, possiamo arrivare a differenti conclusioni da quelle proposte dal De Marinis e dallo Spindler.
Innanzi tutto dobbiamo ipotizzare che l'uomo del Similaun appartenesse ad una stirpe Assiro-Babilonese o Semitica.
L'ipotesi di queste origini è suffragata dal colore dei capelli che va dal castano scuro al nero e di aspetto cresposo, (pag.215 Spindler). Anche l'elevato consumo dei suoi denti depone a favore di questa ipotesi. Tutte le popolazioni dell'area mediorentale sono soggette a questa forte usura dei denti. Un'altra conferma di quanto viene qui ipotezzito viene dal tipo di berretto, alto circa 25 centimetri ed avente una forma a tronco di cono, (pag.186 Spindler)
E' evidente, noi pensiamo, che questo copricapo ha la stessa foggia di quello che usavano i sacerdoti Assiro-Babilonesi
Siamo in epoca calcolitica ed a questo periodo appartengono le famose Statue-Stele lunigianesi che rappresentano circa il cinquanta per cento di tutte le Statue-Stele rinvenute in italiaa e risalenti a questa epoca.
In Lunigiana il culto connesso con le statue-stele persiste fino ad epoche molto avanzate. La nozione della loro esistenza non cessò mai. E' pertanto comprensibile che gran parte degli studiosi abbia avuto tanta difficoltà ad accettare che molti di questi documenti potessero risalire a circa cinquemila anni or sono,( pag.21 Emmanuel Anati in "Le statue-stele della Lunigiana" Jaca Hook 1981).
L'Anati ci dice anche il fatto che le più antiche statue-stele dell'area lunigianese sono state trovate proprio sulla costa, nel ben protetto golfo di La Spezia, ha sollecitato l'ipotesi assai suggestiva, ma per il momento non dimostrabile, che gli autori delle statue-stele lunigianesi siano arrivati dal mare, siano approdati a La Spezia.
Altro elemento d'interesse cronologico, prosegue l'Anati, sono le figure di armi. Quelle di Malgrate sono le più antiche e risalgono all'età calcolitica. Anche cinque delle asce raffigurano tutte strumenti con lama in pietra levigata ed il manico in legno (Anati 1972) sono strumenti tipicamente calcolitici.
Il percorso per via mare di queste popolazioni può essere ipotizzato con un viaggio costiero Libia-Sardegna occidentale-Isole dell'arcipelago toscano-costa tirrenica fino alle foci del Fiume Magra.
La presenza il Sardegna di una Torre di Babele scoperta nelle adiacenze dell'antico Porto di Turris Libisonis ( Porto Torres) può essere considerata la prova archeologica più importante per attestare una migrazione di popolazioni assiro-semitiche verso le terre fertili dei territori della Sardegna e della Penisola italiana. Questa Torre di Babele eretta in Sardegna sul Monte Accoddi è anche una chiara infotrmazione sulla città di provenienza che si chiamava AKKO e a questa città è dedicata la Ziqqurat da loro eretta sul Monte AKKODDI.
Le migrazioni delle popolazioni Medio-Assire furono principalmente dovute al grande aumento demografico nei paesi mesopotamici ed alla conseguente insuficienza di alimenti per le popolazioni di quei territori, la stessa causa che determinò, due millenni dopo, la migrazione Lidia nelle terre dell'Etruria-Queste migrazioni furono anche la conseguenza non tanto della mancanza di cibo ma prevalentemente dal terrore che in quei territori veniva creato dalle continue lotte tribali fra le varie etnie e le diversità di culto praticati. Se leggiamo quanto è scritto in alcuni capitoli della Bibbia nel libro del Deuteronomio che di seguito riportiamo:
"Queste sono le prescrizioni e le norme che avrete cura dì mettere in pratica nella terra che il Signore,Dio dei tuoi padri, ti ha dato in possesso, per tutto il tempo che vivrete sulla terra.
Distruggerete completamente tutti i luoghi nei qyali le nazioni che, voi state per conquistare, hanno servito i loro dei: sugli alti monti, nelle colline e sotto ogni albero frondoso.
Demolirete i loro altari, frantumerete le loro stele, i loro pali sacri li brucerete nel fuoco, spezzerete le statue dei loro dei e cancellerete il loro nome da quei luoghi, Devi passare gli idolatri di quella città afil di spada.
Questo è quanto è scritto nel Deuteronomio 12,1-2-3.
Si tratta di ordini impartiti da una casta sacerdotale, ma se consideriamo quanto accadeva alle tribù dei nomadi che potevano essere spogliate di tutti i loro beni dopo aver rapito tutte le donne, venduto i bambini e reso schiavi tutti gli uomini. Ove non era possibile questa pratica tutti gli appartenenti alla tribù assalita venivano barbaramente trucidati. Era la libera legge del deserto. Consci del rischio che le pacifiche tribù dovevano correre non rimaneva che un tentativo di fuga verso altre terre ove trovare cibo e pace. Tutte le migrazioni preistoriche e storiche sono la conseguenza di questa grave situazione. Non deve meravigliarci pertanto se anche a costo dei rìschi di un viaggio via mare i popoli dell'Antico Oriente scegliessero la migrazione in terre lontane.
L'uomo del Similaun doveva essere il sacerdote e capo di una tribù che lui aveva guidato fiiio alle terre della Valle del fiume Magra nel Tirreno Settentrionale. Egli viveva nella regione delle Apli Apuane e quindi era anche un esperto montanaro. La sua alimentazione era a base di carni e formaggi che venivano abbondantemente prodotti in Lunigiana grazie alle condizioni dei pascoli che consentivano un intenso allevamento bovino e di conseguenza una grande produzione di carnie di formaggi.
Che Otzi praticava il culto delle divinità astrali e cosmiche ce lo dice lui stesso proprio col messaggio che ci trasmette con i suoi tatuaggi. Prima di tutto il tatuaggio con sette linee ci informa che egli era uno stregone e il 7 rappresenta il numero sacro di questa pratica religiosa.
Il Pantheon della religione assiro-babilonese comprendeva le seguenti principali divinità:
AD AD dio del fulmine e tempesta al quale veniva attribuito il numero sacro 10
SOLE sommo dio della scienza divininatoria ed augurale con numero sacro 20
LUNA dio della vita che si rinnovella, grande divinità col il numero sacro 30
EA dio dell'oceano e delle acque, divinità cosmica avente il numero sacro 40
ENLIL dio della Terra terza divinità cosmica con l'attribuzione del numero 50
ANU dio del Cielo divino padre dell'Universo avente il numero sacro di 60
A questo punto è bene precisare che i numeri sacri attribuiti agli dei del Pantheon Assiro-Babilonese rappresentano singole decine, vale a dire che sono derivate dal sistema decimale in uso presso i sumeri, ed una decina corrispondeva ad un singolo individuo che nelle sue mani possiede dieci dita. Pertanto questi numeri sacri corrispondono ai numeri da una a sei decine.
Quindi col numero 1 si intendeva rappresentare il dio della tempesta, col 2 il dio Sole, col 3 il dio Luna, col 4 il dio dell'oceano, col 5 il dio della Terra e infine col 6 il dio del Cielo.
Abbiamo conferma di questa attribuzione di numeri sacri quando leggiamo le sei paroline scritte in etrusco, nei famosi dadi d'avorio di Tuscania, ora in possesso della Biblioteca Nazionale di Parigi, e che possiamo tradutte nel seguente modo:
Il numero 1 scritto in etrusco TU che corrisponde al dio della Tempesta, il numero 2 scritto in etrusco HUT per indicare il dio Sole il numero 3 scritto CI in etrusco e che corrisponde al dio Luna il numero 4 scritto ZAL che rappresenta il dio dell'Oceano il numero 5 scritto M AK che vale per dio della Terra il numero 6 scritto SA per indicare il dio del Cielo chiamato ANU
Ora à evidente che l'Uomo dei Ghiacci conosceva questa gerarchia divina e quando voleva invocare, pregare o chiedere l'aiuto di una di queste divinità le indicava nei tatuaggi che pur essendo nascosti per gli uomini sapeva benissimo che sarebbero stati vuisibili alle divinità invocate. Ogni lineetta dei suoi tatuaggi corrispondeva ad una decina e quindi volendo chiedere l'intercessione del dio della Tempesta si faceva tatuare una sola linea che corrispondeva al numero sacro 10 di questa divinità.
Due gruppi di due lineette tatuate sul suo corpo ci segnalano che per due volte ha invocato il dio Sole Samash.
Con i 7 gruppi di tre trattini tatuati nella sua schiena ci fa sapere che per ben sette volte ha chiesto l'aiuto della sua più adorata divinità, il dio Luna. Dai 4 gruppi di quattro trattini possiamo dedurre che per quattro volte abbia chiesto l'aiuto del dio delle acque. Questa invocazione era forse fatta in corrispondenza degli attreversamentì dei mari e dei fiumi che costituivano per lui un grave pericolo. Col singolo gruppo di 7 lineette , numero sacro dei Maghi-Stregoni egli ci dice quale era la sua principale attività religiosa.
Questa che viene ora presentata è una lettura che modifica le interpretazioni fatte dai Professori Spindler e De Martino e che può dirci veramente chi era Otzi. Non un pastore ma un gran sacerdote e mago che proprio a causa della sua attività entrò in conflitto con popolazioni barbare che stanziavano nella Val Venosta che non comprendevano la sua lingua, forse l'accadìco, e causarono quella che lo Splinder ha chiamato "il disastro" che causò la sua morte.
L'ipotesi qui avanzata corrisponde a quanto afferma il Prof. Heinrich Titty , che viene riportata a pag. 540 del volume di F. James e N. Thorpe dal titolo "Il libro degli antichi misteri" pubblicato dalle Edizioni Armenia nell'anno 2000. Il Tilly dice infatti che Otzi era un membro di una tribù di adoratori di stelle della Mesopotamia che aveva scalato le Alpi per propizuarsi la Luna.
Queste poche pagine sono scritte da un archeologo dilettante e pertanto vanno lette come indicative di una via alla soluzione di alcuni "enigmi" che Otzi ci ha posto.
Milano dicembre 2002
Antonio Tului

01 febbraio 2011

7 GENNAIO 2011: IL CASTELLO DELLA VERRUCOLA

Venerdì quasi festivo, tra l'Epifania e il fine settimana. E si dà il caso che il venerdì sia l'unico giorno in cui è possibile visitare il castello della Verrucola. Telefoniamo per avvisare della nostra visita e dall'altro lato della linea una signora ci conferma gentilmente per il pomeriggio. Una domanda mi fa però perdere un po' d'entusiasmo: "Sa che si visitano solo due sale e la chiesetta fuori?". Effettivamente non lo sapevo, ma ormai abbiamo chiamato.
Il pomeriggio partiamo verso la Verrucola, tempo piovoso come sempre, siamo in quattro. Su fino a Fivizzano e oltre, arriviamo allo splendido borgo della Verrucola, dove fino a pochi anni fa facevano anche un mercato medievale d'agosto. È una frase fatta, ma se non fosse per un'impalcatura, sembrerebbe di tornare indietro nel tempo. Poi, se analizziamo la situazione: nuvole basse, sono le tre del pomeriggio e ormai è quasi scuro, pioggerellina, non c'è un'anima in giro, all'entrata del borgo c'è questo oratorio con un grosso teschio in facciata... Lunigiana o Transilvania... "Filini, ma che fa? Dorme?"
Comunque, superiamo un pontino in pietra e prima della porta d'entrata, ecco una fontana del Cascella sulla destra. Per chi non lo sapesse, il castello è proprietà della famiglia dello scomparso scultore, conosciuto tra l'altro per aver costruito il mausoleo di Villa Arcore nel 1993. Ma torniamo a noi, saliamo un po' timorosi verso il castello e suoniamo il campanello. No, non ci apre nessun gobbo orbo da un occhio, la stessa signora del telefono ci fa entrare e dopo i convenevoli di rito, ci racconta un po' del castello: che era ridotto a rudere e che il Maestro lo fece ricostruire con cura; della strage della Verrucola, quando i cattivoni Malaspina di Gragnola nel 1416 fecero ammazzare tutti i loro parenti della Verrucola e si salvò solo un neonato grazie alla nutrice, Spinetta Malaspina (vatti a fidare dei parenti); che la torre all'altro lato del ponte sul canale Collegnago dove abbiamo parcheggiato, è proprietà di altri; che una volta la Verrucola dei Bosi era il centro principale e che Fivizzano era il mercato, cioè Fivizzano della Verrucola; che le due sale che si visitano sono quelle dove ci troviamo...
Ok, ce lo aveva detto, ma che delusione! Non annoveriamolo tra i castelli visitabili, due sale??? Dovrebbe essere l'antica sala d'armi, con un possente pilastro centrale nel mezzo, circondata da gessi delle opere del Cascella, interessanti per carità, ma il castello è proprio grande... Rassegnati ascoltiamo qualche accenno sulle sculture, in che città si trovano, il mausoleo berlusconiano ecc. Barlume di speranza, ecco che ci apre un portone verso il giardino interno, improvvisamente i nostri occhi spaziano su Pognana, Signano e Turlago, oltre il torrente Mommio. Inebriati andiamo verso la torre ovest, ma veniamo prontamente richiamati e torniamo dentro mestamente a capo chino, "la signora sta lavorando, non vorrei vi vedesse"...
Di nuovo dentro, vediamo dal basso l'interno vuoto di una torre e alcuni resti di affresco, per un certo tempo il castello fu monastero. Concludiamo la visita con la chiesetta di Santa Margherita, inglobata nel castello, dove parliamo del più e del meno sulla Lunigiana e Fivizzano.
Conclusione: alla fine un'ora e mezza di gita, la nostra guida gentilissima nello spiegare e allungare la visita, purtroppo ci ha potuto far vedere davvero poco.
 
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