Terre di Lunigiana

21 aprile 2009

Per gentile concessione di Sandro Santini dell'Associazione Manfredo Giuliani per le ricerche storiche ed etnografiche della Lunigiana:
Estratto da STUDI LUNIGIANESI, Voll. XXXVI-XXXVII, Anno XXXIV.XXXV-2006-2007

LE VIE DI COMUNICAZIONE TRA LA PIANURA PADANA E LA LUNIGIANA, DALL'ANTICHITA' AL MEDIOEVO: UN POSSIBILE SISTEMA DIFENSIVO BIZANTINO SUL BORGALLO/ BRATTELLO.


Oggi la definizione di via si associa a quello di percorso, ovvero alla necessità di ognuno di raggiungere in genere, una meta nel minor tempo e disagio possibili. Non vi sono differenze fra tragitti commerciali, turistici e militari per spostamenti a lungo raggio.
Spesso poi il concetto di strada si identifica con quello di autostrada, che se non sempre collega due punti con il percorso più breve, permette però velocità e tempi di percorrenza non paragonabili.
Nell’antichità e nell’alto medioevo, fatta qualche eccezione per le grandi vie consolari, i traffici commerciali potevano differenziarsi da quelli religiosi e militari, in quanto i primi esigevano strade con percorsi più dolci per il trasporto delle merci, evidentemente a scapito del tempo di percorrenza.
I percorsi religiosi, oggi diremmo anche turistici, erano legati alla sicurezza dei luoghi, vedi disboscamento laterale delle strade, controllo delle autorità locali ed alla presenza di “xenodochia” ed “hospitalia”, nonché di luoghi di devozione personali, per cui il pellegrino poteva a volte deviare dal percorso originariamente stabilito.
Le vie militari, in un tempo in cui non vi erano ancora le ingombranti macchine da guerra, seguivano sempre il percorso più breve, ancorchè più ripido e/o soggetto ad incursioni dei locali.
Può però spesso sfuggire che le esigenze di un esercito fossero diverse da quelle attuali. Un esercito non utilizzava una strada, ma un territorio, ovvero a meno di necessità contingenti, occupava spazi vitali dove si procacciava il cibo razziando e distruggendo.
Ciò era ancora più evidente in montagna, dove l’assenza di grandi estensioni coltivabili ( i Romani si fermavano in pianura a mietere il grano), costringeva le truppe a transitare ed a dislocarsi in ampi territori.
Sembra confermarlo la presenza di toponimi legati al probabile passaggio di Annibale, proveniente da Casteggio ( PC ) e diretto a Lucca, in zone poste lungo strade diverse, seppure confinanti ( Buzzò di Albareto in Valtaro, Vignola nella valle del Verde ), mentre si dà per scontato che Annibale sia transitato solo lungo il Borgallo e Brattello.

Queste poche considerazioni ci rafforzano la convinzione che si debba piuttosto parlare di “Area di via o di strada” (1), ovvero di gruppi di strade parallele ma concorrenti, che univano due luoghi e che a seconda delle necessità potevano essere usate singolarmente o collettivamente
.
Peraltro le comunicazioni tra la Padania e la Lunigiana non conoscono, almeno sino all'arrivo dei Longobardi, momenti di grande valore storico ed economico.
Le vie esistenti, come vedremo, servivano a sviluppare commerci locali, come quelli fra le tribù liguri, abitanti l'Appennino.
La grande massa dei commerci si svolgeva fra la Toscana, l'Adriatico, e la pianura Padana, tramite le grandi vie consolari, Emilia, Aurelia, Flaminia, o comunque utilizzando ancora prima dei Romani, passi posti ad est della Cisa.
Gli stessi Etruschi, popolo commerciante per eccellenza, i Celti, ed anche i Romani, difficilmente utilizzavano i passi sul nostro Appennino per giungere al mare.
Al di là dell'impervietà dei luoghi, per altro non dissimili da altri in regioni contigue, riteniamo che proprio la presenza dei Liguri, popolo fiero, bellicoso, indipendente e chiuso, come poi scoprirono i Romani, abbia di fatto impedito lo svilupparsi di relazioni con le popolazioni loro confinanti.
Questo, come detto, fino al periodo longobardo, dove per necessità belliche fu utilizzata compiutamente la Via di Monte Bardone ( Mons Langobardorum), che nei secoli attivò lo sviluppo di diverse vie di comunicazione parallele e trasversali, sia naturali che artificiali.
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Parliamo genericamente di vie di comunicazione, in quanto l’evoluzione, nel corso dei secoli,
nell'uso di queste vie, a volte primariamente militare, a volte commerciale o di devozione, fa si che questo termine possa conglobarne tutti i differenti utilizzi.

I vari periodi storici differenziano una viabilità naturale da una artificiale.
Questa, prodotta dal lavoro dell'uomo, prevale nei secoli in cui vi è un forte potere centrale o locale. La costruzione di strade, massicciate, ponti, ricoveri, e soprattutto la loro manutenzione, è propria infatti del periodo romano e dell'età moderna.
La viabilità naturale è invece propria dell'antichità e poi riprende nell'Alto Medioevo, con il dissolversi dell'impero Romano (476 d.c.).

Per viabilità naturale si intendono le vie create dall'uomo, con il suo continuo passaggio, sfruttando le possibilità offerte dal terreno. Tali strade, in montagna, sono poco più che sentieri o mulattiere. In pianura possono essere anche carrabili, con una larghezza di circa 3 metri.
Nei centri più importanti si poteva avere un acciottolato a spina di pesce o a filari. In montagna, in genere, utilizzavano i crinali ad andamento rettilineo, ad altezze costanti, esposti al sole e privi di guadi; abbandonandoli quando le cime si presentavano troppo irte. Si modificavano per ragioni politiche, commerciali, o fisiche (frane), e si autoriproducevano col passaggio degli utenti.
Non richiedevano manutenzione e collegavano sempre due punti con il percorso più breve. Si può affermare, in realtà, che nei vari periodi, nessuna via sia mai stata abbandonata in toto. Su di ognuna si è sempre svolta un'attività di scambi locali, mai venuta meno nel tempo.

Le prime tracce sull'utilizzo di vie naturali sul nostro Appennino risalgono all'età del rame. Sulla via del Faggio Crociato ( Due Santi ), all'altezza del prato dell'Ortighetta, in una torbiera, ove quindi prima vi era un lago, è stata trovata una cuspide microlitica in diaspro a testimonianza di un accampamento di cacciatori (2) Fra il Brattello ed il Molinatico, a 1139 m. di altitudine, sono state rinvenute due lunghe cuspidi riferibili al neolitico finale ed alla prima età del bronzo(3).
All'età del bronzo (900 a.c.) è riferito il sito di altura sulla grotta di Patigno, nel comune di Zeri (4). Altre tracce di insediamenti preistorici sono state rinvenute lungo le direttrici dei passi del Brattello, del Borgallo e del Cirone a conferma dell’uso millenario di tali vie.

Gli stessi Etruschi, comunque potevano utilizzare saltuariamente, a scopi commerciali queste vie. Sulla strada dei Due Santi, a Monte Ribone, è stata rinvenuta infatti, incisa su di un masso, una iscrizione etrusca, tradotta in: “Io (sono il segnacolo funerario) di Sepu”, nome etrusco; a Monteriggioni di Siena è conosciuta la tomba dei “Calisna Sepu” (5).
Due vie erano utilizzate principalmente nell'età del ferro dai Liguri. La più importante era l’Alta via dei Monti Liguri (6) che andava dal Col di Tenda all'Abetone.
Correva lungo il crinale dell'Appennino. La usavano per trasportare lo stagno dell'Etruria, che insieme al rame della Val Trebbia, serviva a produrre il bronzo; metteva altresì in comunicazione le varie tribù liguri: i Friniati ed i Veleiati sul versante di Modena, Reggio e Parma e gli Apuani ed i Tigulli sul versante tirrenico
Si parla anche della tribù dei Taurasini, stanziata nelle valli Taro, Ceno, Magra e Parma,da cui deriverebbe il toponimo valtarese Turris , ma la loro presenza in quelle valli non è accertata.( 7).
Un'altra via conosciuta origineva nel parmense dall'attuale Rubbiano di Solignano, nella penisola originata dalla confluenza del Ceno col Taro. Li è stata individuata (8) la sede di un “conciliabulum” ligure, che prendeva il nome dal dio Robeo, divinità delle acque.
Nella sede del conciliabolo, i Liguri, devoti a Mercurio, tenevano commercio e praticavano i loro riti religiosi (9). Il luogo, in caso di attacco nemico, permetteva un facile sganciamento verso i retrostanti castellari.
Tale via, saliva lungo la Val Ceno, sul monte Barigazzo. Dì lì scendeva in Val Noveglia (Noveglia, Gravago), saliva sul passo Santa Donna, scendeva lungo i crinali della Val Vona sino all'attuale Borgotaro.
Dalla Valtaro poteva salire per il Borgallo e di là verso la Valle del Verde e la Val di Magra. In alternativa poteva salire lungo la sinistra del torrente Tarodine o del torrente Gotra per raggiungere il passo del Faggio Crociato o la Foce dei Tre Confini. Di là, lungo lo Zerasco o la via di crinale fra la Val di Magra e la Val di Vara, poteva raggiungere il porto di Ameglia ed il mare.

Tali vie furono utilizzate poi anche dai Romani. La conquista romana dell'Appennino fu attuata dopo quella della pianura con la guerra contro i Galli (10).
La romanizzazione dell'Appennino probabilmente fu completata solo dopo il I° Sec. D.C.
L’ organizzazione fondiaria romana faceva capo al “municipium”, diviso a sua volta in “pagi” , che nelle nostre zone riprendevano la circoscrizione ligure dei “conciliabula ”, e in “vici” e “loci” . Nella valle del Verde è stato identificato dal Giuliani (11) il “pagus Vignolensis” che probabilmente confinava con il “Dianius” nella zona dell'Alta Valtaro (12).
Lo “Statellius”, nell'Alta Valceno (12) confinava con il “pagus Minervius” della “Respublica Lucensium” (Lucca), i cui terreni si estendevano quindi al di là del crinale tosco-emiliano, come è documentato dalla TAV (tabula alimentaria veleiate), scolpita nel 102/103 D.C., sotto Traiano e ritrovata nel 1747 (13).

La viabilità romana riconosceva due importanti vie: l'Emilia (Marco Emilio Lepido: 220 A.C.) che andava da Piacenza a Rimini, dove incontrava la Flaminia e l'Aurelia (Aurelio Cotta: 251 A.C.). Le vie consolari erano larghe dai 4 ai 7 metri.
Il fondo era costituito da più strati sovrapposti di pietre e sassi di diverso diametro, legati con malta e terra compatta, ghiaia e calce, con sopra blocchi di pietra squadrati. Lo spessore era di un metro. Su queste strade la velocità media era a piedi di circa 5 Km all'ora, e di circa 10/12 Km a cavallo. Tali strade venivano disboscate a destra e a sinistra per dodici stadii (14).
La deduzione a colonia di Parma e Piacenza nel 183 A.C. e lo stanziamento dei coloni romani e Luni nel 177 A.C., dopo la vittoria sui liguri, pose agli stessi il problema di collegare Velleia a Luni, ovvero Parma a Lucca e Pisa, ad incontrare l'Aurelia.
Nel 106 A.C., M. Emilio Scauro, aprì la cosiddetta “Via Emilia Scauri”, che partendo dall'Aurelia, dopo avere seguito il corso del Magra e forse valicata la Cisa ( da “coesa”) (15), arrivava a Fornovo e di lì a Borgo San Donnino (Fidenza).
Da Luni si collegava anche a Lucca; più che sulla litoranea, a volte impaludata, probabilmente seguiva l'itinerario: Luni, Passo dei Carpinelli sulle Apuane, Gragnola, Casola Lunigiana, Pieve di San Lorenzo, Valle del Serchio (16) , nonostante queste fossero ancora zone pericolose per la presenza dei Liguri, ancorché pacificati, e ancora presenti nella città toscana.

Tito Livio (17) segnala anche la antecedente presenza della Placentiam-Lucam. Su questa via il console Sempronio, dopo la battaglia del Trebbia con Annibale, si ritirò a svernare a Lucca. Lo stesso Annibale dopo avere trascorso l’inverno, probabilmente a Casteggio (Clastidium ), deposito delle riserve alimentari dei romani, che aveva conquistato prima della battaglia del Trebbia, dovrebbe avere utilizzato tale via per recarsi a Pistoia, tramite Lucca, allontanandosi dai quartieri invernali, pur non distanti da Piacenza, senza farsi notare dai Romani.
Passò quasi certamente per l'alta Val Gotra dove vengono segnalati, come detto, toponimi legati ad Annibale ( il prato di Anniballo ) e per la valle del Verde ( la strada di Annibale) (18).
Secondo Dall'Aglio il percorso si snodava dalla Val d'Arda (PC) per il passo del Pellizzone, Bardi, Val Vona, probabilmente riprendendo l’antica strada dei Liguri, passo del Borgallo, Val di Magra (19) e quindi da Terrarossa ed Aulla (Aula), lungo il percorso per Gragnola e Valle del Serchio sino a Lucca.
Secondo L. Banti in Atene e Roma , partiva da Piacenza, poi Veleia, Bardetti, Metti di Bore, Villora, Pieve di Casanova e Bardi dove si innestava sul tracciato descritto in precedenza.
Tale via fu attiva anche nel periodo imperiale; infatti, come già detto, la “ Respublica Lucensium “ aveva possedimenti in diverse zone della Val Ceno tra cui il “ saltus praediaque Bitunias” (Bedonia) ed il “saltus prediaque Berusetis” (Berceto) e anche nella zona di Medesano.
Rimase importante anche nel periodo longobardo e in quello feudale, poiché permise di mantenere i collegamenti fra Piacenza e l’alta Valtaro-Ceno.

La dissoluzione dell'Impero Romano d'Occidente (20) e quindi la caduta di un forte potere centrale e anche locale, provocò un notevole cambiamento nella viabilità. e strade romane, non più curate e spesso depredate del materiale, che veniva usato per le costruzioni, andarono in rovina; i ponti non furono più riparati.
Aumentò l'insicurezza, e le popolazioni, ritirandosi sulle montagne, lontane dal pericolo saraceno, iniziarono a servirsi di nuove strade, o piuttosto a riattivare la vecchia viabilità naturale.

Per altro i collegamenti fra la Padania e la Lunigiana rimasero ancora secondari, in quanto i grandi flussi viari, sino all'arrivo dei Longobardi, seguivano, come anticipato, il litorale Adriatico ( Via Emilia – Flaminia ) ed i passi posti più ad est della Cisa, che collegavano Bologna ( l'etrusca Felsina ), con Firenze e la Toscana.
Come detto i Bizantini, vinti dai Longobardi, si trincerarono nell'Esarcato di Ravenna che controllava il litorale Adriatico.
Occupavano ancora Luni, conquistata dai Longobardi solo nel 644, e la “Maritima tirrenica”.
I Longobardi, che avevano necessità di rapportarsi con propri ducati dell'Italia centrale, dovettero dirottare i propri traffici verso ovest; verso la Cisa o via di Monte Bardone.
I Longobardi di Parma occuparono infatti la Val Baganza, Berceto, e la media Valtaro sino a Solignano (Castrum Nebla).
Sembra ormai certo (21) che i Longobardi di Piacenza invece conquistassero nel 594 l'alta Valtaro, con probabile eccezione dell'antica Turris poi Torresana ( Borgo Val di Taro) che come vedremo, fu conquistata probabilmente solo poco prima del 644 d.c..

Che invece l'alta Valtaro fosse longobarda già alla fine del VI sec., sembra provato (22) dal fatto che nel 612 fondarono l'Abbazia di Bobbio, dalla quale partì l'evangelizzazione dell'Appennino, con influenze anche su Brugnato e Pontremoli.
Se non avessero già raggiunto ed occupato i crinali dell'Appennino (23), l'Abbazia sarebbe stata soggetta agli attacchi dei Bizantini.

Il Comitatus Torresianus ( Anonimo Ravennate VIII sec. e Abate Wala, Bobbio 833 dc ), di cui faceva appunto parte la” curtis Turris” borgotarese ( 24), si estendeva probabilmente fra Varsi ad ovest del monte Abdon, attuale S. Donna, Borgotaro, Bardi, Solignano, sino a Lavagna e al mar Ligure, seguendo il crinale dell’ appennino tosco- ligure- emiliano.
Era un sistema difensivo anti longobardo,formato da diverse”Turres”, consolidatosi poi nel periodo carolingio. Dopo la vittoria longobarda, la” Turris “ valtarese divenne capitale del Comitato e sede di un Gastaldato.
I re longobardi assegnarono quindi il territorio facente capo alla “ curtis Turris “ al Monastero di Bobbio ed i monaci costruirono una piccola “ cella “(862 dc ), sulla riva destra del Taro che darà origine alla Pieve di San Giorgio, situata sulla sponda destra del fiume, nella zona della attuale stazione ferroviaria; anche se viene prospettata anche l’ipotesi che avessero riutilizzato una precedente chiesa edificata dai bizantini.
Nel IX e X sec si rafforzò quindi il dominio dell’ Abbazia bobbiense di San Colombano sulla “curtis di Turris cum appenditiis suis “ (fra queste anche il Groppo di Albareto), di cui costituiva una delle più importanti possessioni. Altre “curtes” erano a Calice di Bedonia e a Varsi.
Ad Albareto, nel IX sec., vi erano anche importanti possedimenti dell’Abbazia di San Caprasio di Aulla; a Buzzò e Gotra aveva proprietà l’Abbazia di Bugnato.
La”curtis “era divisa in 47 livelli con 38 consorti. Il Monastero percepiva annualmente 500 moggia di grano, 15 anfore di vino, 4 denari ,40 polli ed uova, 21 montoni, 50 libre di olio e numerose opere.
Nel tempo, dove il Tarodine sbocca nel Taro, vi si costituirà il centro di “ Turrexana ”(Torresana), probabilmente situato sulle due sponde, unite da un ponte (Pontolo?).
I Longobardi, padroni del passo di Monte Bardone e dei crinali posti ad est dello stesso, giunti al valico utilizzavano l’Alta via dei monti Liguri per raggiungere Lucca.
La usarono anche per conquistare, nel 665, Forlimpopoli (25), nell'Esarcato, senza che i Bizantini si accorgessero del loro arrivo.
I Longobardi, a difesa delle loro vie di comunicazione edificarono diverse Abbazie ( Bobbio, Nonantola, Berceto, Tolla, Gravago) che servivano anche come ricovero per pellegrini, viandanti ed ammalati.
Con la conquista di Luni e della Maritima ( 644.d.c. ) e soprattutto con l’avvento dei Franchi la via proseguì dalla Lunigiana sino a Roma.
Il percorso nel corso dei secoli si modifica. Compaiono nomi di località nuove; altre scompaiono o non sono rintracciabili. Ne fanno fede i diari di pellegrinaggio.

Nel 723/26 San Winnibald si reca a Roma; nel 900 San Dunstano dall'Inghilterra sino all'Urbe.
Nel 900 Sigeric, arcivescovo di Canterbury, va dal Papa a ricevere la stola con croce.

Cita Luni ( Sce Stephane), Aguilla ( Aulla), Pontremel; poi Sce Benedicte (Montelungo), Sce Moderanno (Berceto).
Indi Philemangenur ( Felegara), Metane ( Medesano ) e Sce Donnine ( Fidenza ).
Dopo di lui l’Abate Nikulas proveniente dall'Irlanda e diretto a Gerusalemme; indi Filippo Augusto re di Francia, al ritorno dalla terza crociata nel 1191.

In sostanza il percorso medioevale, nel parmense, prendeva le mosse da Borgo S. Donnino, la romana Fidentia Julia, dove passava davanti all'importante duomo romanico con sculture dell’Antelami, e dove si trovavano diversi xenodochia ed ospedali.
Deviava a sud, a Coduro (el Co duro), lungo il tracciato della via Emilia Scauri, poi S. Margherita, dove esiste il toponimo “Via Francesca”(26), dove “via” è parola romana e “strada” invece medioevale.
Indi Borghetto Lanzabardonis di Noceto, dove la via comune del paese è definita “il Camino”, come il pellegrinaggio a Santiago di Compostela; poi Medesano ( Castrum Medexane ), dove alcuni territori appartenevano già nel 805 alla chiesa di Lucca .
Ancora Felegara, poi Fornovo, sede della pieve romanica di S. Maria Assunta, la cui giurisdizione , come già il pagus Mercurialis, arrivava sino a Berceto.
Già in epoca romana vi sorgeva un ponte, ricostruito nel medioevo, con xenodochio e chiesa dedicata a S. Nicolò, gestiti dai Cavalieri di Altopascio.
A Fornovo si incontrava il ramo che veniva da Parma lungo la direttrice S. Pancrazio, Vicofertile, Collecchio, tutte sedi plebane (27).
La strada proseguiva per la valle dello Sporzana verso Respiccio ( De Rivo Spitio ) con xenodochio. Indi Bardone dove troviamo la pieve romanica di S. Maria Assunta con sculture antelamiche.
Poi Terenzo, Cassio, dove sorgeva lo xenodochio di S. Ilario ed il priorato di S. Benedetto, dipendenti dall'Abbazia di Leno di Brescia.
Passava poi da Castellonchio e Berceto, la cui Abbazia, fondata nel 712 da Liutprando, prese il nome da S. Moderanno, che stabilitosi a Berceto nel 719, vi morì ( in summa, quoque, Bardonis alpe, monasterium quod Bercetum dicitur, aedificavit, scrive Paolo Diacono nella Historia Langobardorum dell’VIII sec).
Dal Tugo, saliva alla Cisa, dove sorgeva un ospizio ( S. Maria della Cisa ) fondato da un gastaldo longobardo.
Nella discesa verso il mare incontrava Montelungo, con l'ospedale di S. Benedetto, indi Succisa con la chiesa di S. Felicita, Mignegno e poi Pontremoli.
Lì, in primis, la chiesa di S. Giorgio, dipendente dall’Abbazia di Leno di Brescia con xenodochio ed altre importanti realtà ecclesiali.
Dopo, Filattiera, con la pieve di S. Stefano di Sorano e la chiesa di S. Giorgio.
Proseguiva per Villafranca ( Lealvile ), Fornoli con la chiesa di S. Maria di Albaretulo ( la Chiesaccia ) e ospizio, dove si trovano tracce dell'antica pavimentazione.
Il ramo originale proveniente da Filattiera proseguiva probabilmente per Filetto e di lì per Bagnone; con un ponte sull’omonimo torrente giungeva a Virgoletta con diramazioni per Villafranca e Castiglione del Terziere, e lungo il torrente Carpena, per Terrarossa. E’ ancora indicata in alcuni tratti, dove esiste ancora l’antico acciottolato, come “via romana”.
Il percorso proseguiva per Aulla, con l'Abbazia di S. Caprasio, dove riceveva le vie provenienti dal parmense e dal reggiano; poi Caprigliola con il castello, S. Stefano, Sarzana e Luni, Lucca, Siena, Roma.

Alla fine del XII secolo, la strada, ormai Francigena ( dai Franchi ), conobbe un appannamento. La riapertura di passi più ad est come il passo dell’Osteria bruciata, sostituito poi dal passo del Giogo e ancora nel XVIII sec. da quello della Futa, che portava a Firenze, avevano di fatto spostato il baricentro dei commerci.
Dopo Lucca e Siena si imponeva appunto Firenze.
Alla fine del XV sec. la francigena era ridotta ad una via locale.
Manfredo Giuliani (28) sostiene che tale via era già secondaria ad altre vie dell'Appennino centrale, già usate da Umbri, Galli ed Etruschi.
Infatti in Val di Magra non si trovano opere romane, che rivelino l'esistenza di una grande via militare. Anche dal punto di vista dei traffici locali, poteva considerarsi importante quanto il Brattello.
Fu comunque una via considerevole, non solo per l'uso che ne facevano i pellegrini diretti a Roma, in Terrasanta ( i palmari ) ed a Santiago di Compostela, ma anche per la presenza di xenodochia ed hospitalia gestiti dalle varie congregazioni religiose, che davano alloggio ai viandanti. Questo continuo flusso di interscambi permise di mantenere viva la tradizione orale, nonché il propalarsi, in un periodo buio, delle vicende contemporanee.
Importante fu anche l'influsso che ebbe nello sviluppo dell'arte con l'esempio dei maestri comacini, dell'Antelami e del Lanfranco, che edificò il battistero di Parma ed il duomo di Modena.
Lo sviluppo della Francigena, quindi dei commerci fra la pianura padana ed il mare, portò anche alla ripresa di diverse vie, che se nella parte lombarda erano solo parallele a questa, nella parte lunigianese finivano per essere tributarie dell'arteria maggiore.(29)

Da Bobbio ,centro di irradiazione del Cristianesimo, saliva a partire dal VII sec. la via degli Abati, usata dai religiosi per raggiungere la sede papale di Roma e lungo la quale venivano trasportate anche le derrate alimentari per l’importante Abbazia longobarda di San Colombano, provenienti dai notevoli possedimenti nel Nord Italia, in Valtaro-Ceno e Toscana, nonché da pellegrini provenienti dal Nord Europa. Questa via, riscoperta recentemente grazie al lavoro del Magistretti, da Farini, Groppallo, Boccolo, scendeva a Bardi. Di lì, probabilmente lungo il percorso della Placentiam – Lucam si dirigeva in Val Noveglia al monastero di Gravago, fondato nel 737 e già citato in un documento nel 744, come quello di Tolla.
Saliva poi al passo S. Donna e di lì in Val Vona, dove poi sorsero i castelli dei Platoni, signori di Torresana.
La strada da Valdena (Hena), dove fu edificato un maniero della citata e potente famiglia, si inerpicava per i passi del Borgallo e del Brattello.
Nasceva quindi nella zona dove si trovava l’antica Pieve di San Giorgio e nelle vicinanze della fortificazione bizantina “ Turris “, posta probabilmente sulla sinistra del Taro, sulle pendici della Val Vona, forse in località Cappella, dove doveva trovarsi, secondo il Rameri, la scomparsa chiesa di “ San Colombano ad Turrem”(XIII sec) .
Ci sembra importante per questo, soffermarci sull’origine e sullo sviluppo dell’attuale Borgotaro, nel periodo che va dai Bizantini ai Piacentini, passando per il dominio malaspiniano, anche perché a partire dal XI sec, compare nelle cronache il nome di un castello, quello di Ena ( Hena, poi di Monte grosso, secondo il Boccia ), di cui peraltro non esistono studi archeologici, ma che riveste una notevole importanza nel controllo militare delle due vie.
Lo dimostra, come vedremo, l’ impegno profuso dai Piacentini e dai Malaspina nel XII sec. per assicurarsene il possesso o la distruzione. In particolare si può ritenere che i legami parentali fra il ramo dei Platoni, proprietari del castello, ed i Malaspina, fossero dovuti a contratti matrimoniali, piuttosto che ad una ascendenza comune, non documentata.
Qui emersero una serie, come nella valle dei Cavalieri di Parma (Vallisneri) , di livellarii, ultimo gradino di nobili ( milites): i Platoni.
Nell’XI sec i discendenti di Plato Platoni presero possesso dei beni della “curtis Turris “, che di fatto erano però di proprietà dell’ Abbazia di Bobbio.
Secondo un testamento, poi considerato falso (30), Plato avrebbe diviso i suoi beni e castelli fra i figli; in particolare avrebbe lasciato al figlio Rolandino il castello di Hena e le terre site “ultra Tarum et inter Varaculam et Goteram ( torrenti Varacola e Gotra) usque ad sumitatem Burgali, Crucisferae (Passo delle Cento Croci?) et caprae mortuae montium” ( 31 ).
Dalla frantumazione del consorzio feudale, si formarono una serie di famiglie, i Granelli, i Lusardi ed i Rossi che continuarono ad appellarsi “ seu de Platis “ e che per anni dominarono la scena del territorio valtarese.
Il Capacchi ( 32 ) asserisce altresì vera la notizia del Crescenzi ( Corona della nobiltà italiana ) e riportata anche dal Rameri, che già nel 1022 i Platoni fossero anche i feudatari del castello di Pietramogolana, citato nel 674 nel giudicato del re longobardo Pertarido per una diatriba di confine fra i ducati di Parma e Piacenza.
Il frazionamento del territorio suscitò, come prevedibile, le mire dei potenti vicini, soprattutto Obertenghi quali i Malaspina e Pelavicino.
In particolare Oberto, capostipite degli Obertenghi, già nell’XI sec. aveva ottenuto dal sovrano la disponibilità della parte beneficiaria, che aveva a sua volta infeudato ai livellari, futuri nobili locali, che si opposero poi ai discendenti degli Obertenghi stessi.
Nel 1141 i Malaspina dovettero cedere al Comune di Piacenza i diritti sul “castrum cum curia”(33) di Compiano, che poi glielo reinfeudò.
In seguito, il Comune di Piacenza occupò la Valtaro, ottenendo dai Valtaresi ( 34 ) la sottomissione a Cereseto (Compiano). Restituì loro in feudo gli allodi e i livellari che avevano ceduto e la metà di quanto avevano ottenuto dai loro feudatari Alberto Malaspina, Oberto Pallavicino, Corrado Cavalcabò ( consorte degli Obertenghi) e Gerardo di Cornazzano.
Nel 1166 Moroello Malaspina di Opizzo, con l’appoggio dei parmigiani e di Federico I riconquistò la Valtaro.
Nel 1168, dopo la sconfitta dell’Imperatore, si alleò con la Lega e ne mantenne il controllo.
I Piacentini rioccuparono la Valtaro nel 1184 ed ottennero il giuramento di fedeltà dai signori del luogo , fra cui i fratelli Guiffredo, Guglielmo, Ugo ed Armanno, signori di Ena.
E’ da notare che non si parla mai di casata degli Ena ma dei signori di Ena, in quanto tale cognome non compare nelle cronache della Valtaro.
Nel 1189 i Malaspina furono costretti a vendere ai Piacentini i propri diritti in Valtaro, ed in particolare di Ena stessa.
Ma nel 1191 i signori di Ena con i Malaspina medesimi, il Comune di Parma e gli Odelberti di Pontremoli si ribellarono ai Piacentini. Nel 1194 le forze in campo raggiunsero un difficile accordo per ordine di Enrico VI.
Fu riconosciuto il dominio piacentino sulla Valtaro, con il divieto della ricostruzione del castello di Grondola e della distruzione di quello di Ena, i cui signori, Guifredo, Guglielmo ed Ugo, figli di Armanno, nel 1197, riebbero dai Piacentini i loro diritti, ma con il divieto di ricostruire il castello stesso.
Nel 1195 i Piacentini fondarono o comunque fortificarono il nuovo centro di “ Turrexana, castro et burgo”, poi Borgo Val di Taro, sorto sulla sinistra del Taro. Nel 1226 vi fu costruita la nuova chiesa dedicata a Sant’Antonino, che nel 1564 assurse a dignità plebana, sostituendo l’antica Pieve di San Giorgio.
La via del Borgallo, da Val d’ Ena ( Valdena), seguendo il corso del Tarodine, giungeva con un irto percorso al passo di Muntis Burgalii, dove si trovava l’Ospedale di San Bartolomeo.
Scendeva poi lungo la valle del Verde dove incontrava i piccoli villaggi di Monti, S. Lorenzo, Navola ( 35 ), Cervara, Veserada, Baselica, conosciuti ancora nel medioevo col nome collettivo di Mulpe ( 36 ).
Prima di Pontremoli giungeva a Vignola, sede dell’antica Pieve di San Pancrazio e ancor prima, secondo il Giuliani ( 37 ), di un Pagus romano.
La strada del Brattello, con andamento più dolce, e quindi secondo il Giuliani, via prevalentemente commerciale, saliva al valico ( 950 m ) e di lì scendeva a Bratto, Braia, Grondola, Traverde sino a Porta Parma di Pontremoli.
Due vie intermedie univano ed uniscono ancora le due strade; la prima sul crinale e la seconda da Grondola a Guinadi, lungo la Verdesina che sbocca nel Verde.
Frequentate già nel Neolitico, il Giuliani riteneva le due vie anteriori di molto a quella di Monte Bardone, che non era considerata, prima dei Franchi, di grande importanza militare.
Pensava, secondo noi a ragione, infatti, di avere individuato ( 38 ) nella strada, poi Lombarda, del Cirone, l’antica via romana Parmam- Pisam.
In particolare, le due vie in oggetto, Borgallo e Brattello, sono state spesso indicate separatamente, come già ricordato, confondendole, senza apparenti motivazioni,ed ignorandone le diversità, tali come il terminale verso la Lunigiana della romana Placentiam- Lucam, della medioevale via degli Abati, proveniente, dall’Abbazia longobarda di Bobbio ed ancor prima dell’ antica via dei Liguri, proveniente dal Concilibulum di Rubbiano di Solignano, ed indagata dal Mariotti. ( 39 ).
Ci sorprende però che gli studi sul Borgallo e Brattello siano praticamente inesistenti, se si eccettuano gli scritti di Manfredo Giuliani, che richiama però piuttosto, l’aspetto pagense della via del Borgallo, legata all’ espandersi della fede cristiana nell’ Alto Medioevo e si sofferma sulle lotte medioevali per il possesso di Grondola su quella del Brattello
In particolare non esiste una ricostruzione sul campo ed anche topografica del loro percorso originario, come si è fatto per la strada di Monte Bardone.
In realtà, osservando alcune carte geografiche edite dal XVI al XVIII secolo ( 40), si nota che la via del Borgallo continua ad essere rappresentata in diverse occasioni, molto di più di quella di Monte Bardone, che peraltro aveva da tempo perso l’originaria importanza.
Vengono citati i toponimi “Montis Burgalii o Borgalla”, Ospedale di San Bartolomeo, Navola, Guinadi o Guinale e soprattutto, sempre presente, Cervara..
In particolare in quest’ultima località, viene citato nel 1270 uno xenodochio (Nostra Signora della Cervara) , dipendente dal Monastero di Borzone sul Monte Ghiffi (41) ,legato alla famiglia dei Ravaschieri, consorti dei Fieschi, che a loro volta erano parte degli antichi “ comites de Lavaniae “ ( Lavagna ) e discendenti da una famiglia di “ milites “ degli Obertenghi ( 42), come il Priorato della Madonna al Monte di Mulazzo e quello di Santa Maria del Taro a Tornolo.
Questa continue citazioni stanno ad indicare che tale via ancora nel periodo rinascimentale era attiva e ben conosciuta, nonostante le notevoli improvvisazioni dei cartografi di allora.
Fece sensazione però, nel 1495, dopo il sacco di Pontremoli, il trasporto da parte delle truppe mercenarie svizzere di Carlo VIII di Francia, delle artiglierie, probabilmente lungo tale tortuosa strada, anziché lungo la via di Monte Bardone, per arrivare sino a Belforte e di li lungo un ramo secondario della francigena a Berceto e Fornovo, castello di Carona, dove fu sconfitto dalle truppe della Lega ( 43).
Compirono, a detta degli esperti militari di allora, un impresa “impossibile”, stante le difficoltà del percorso, totalmente inadatto al trasporto di macchine militari.
Sul Brattello, in tali carte geografiche, vengono citati, seppure in periodi più avanzati Braia, Bratto e sempre Grondola.
Sulla via di Monte Bardone invece più spesso si ritrova citato Montelungo.
I ritrovamenti bibliografici e quelli toponomastici, ci fanno però ritenere che piuttosto che di due vie separate nello spazio e nel tempo, si possa piuttosto parlare di un sistema viario comune che univa l’ alta Valtaro alla Lunigiana dal periodo preromano a quello medioevale.
In particolare ci sembra naturale che per primi i Bizantini, al tempo della guerra con i Longobardi, avessero ritenuto di dovere fortificare tale sistema.
I Longobardi di Piacenza probabilmente conquistarono, come già detto, la Val Ceno e quelli di Parma, Solignano ( Castrum Nebla ) e quindi la media Valtaro e la Val Baganza sino all’attuale passo della Cisa prima del 594, sotto il regno di Autari, disponendo quindi dei relativi crinali posti ad est del passo.
La resistenza di quest'ultimi si era attestata sui controcrinali della Lunigiana, Poggio Castello, Monte Castro dove a valle si trova il toponimo la Fossola (forse un opera difensiva), Monte Castello, Torre Nocciolo, Jera , Treschietto, già castellari liguri, e sul limes di pianura ( Filattiera e Filetto ) (44).
I Longobardi non occuparono, però, probabilmente, sino al 643, Borgotaro e l’alta Valtaro, protette dal citato sistema di fortificazioni (turres ), che faceva capo alla strettoia (clausura vallis) di Roccamurata, dove Ghiretti ha identificato una possibile fortificazione bizantina sulla sinistra del Taro.
I Bizantini, quindi, padroni ancora dei due valichi in questione, che facevano capo al Kastron Soreon ( Filattiera), dove peraltro sembra avessero trasferito la sede del Gastaldato di Turris, dovevano necessariamente preoccuparsi della difesa di queste due vie, vitali per i rifornimenti dell’Alta Valtaro.
Che le due vie costituissero un unico sistema difensivo ci sembra poi confermarlo il già descritto accordo fra Piacentini, Platoni e Malaspina che prevedeva la distruzione e la non ricostruzione dei due castelli posti a capo delle due vie, Ena (castello di Monte Grosso) e Grondola (castrum Grondolae ), considerando che per castrum non s’intende una sola fortificazione, ma un insieme di opere difensive di vario tipo sparse nel territorio.
Nel tratto intermedio delle due vie, tra i valichi e Grondola abbiamo poi identificato una serie di toponimi riferiti ad opere militari che, ancor più, ci hanno convinto dell’ipotesi in oggetto.
Immediatamente a valle del passo del Brattello, all’altezza della via che porta al Borgallo troviamo la Cà del Guelfo.
Inizialmente ci aveva colpito questo termine: “ Guelfo”. Rimandava alle lotte interne fra i Pontremolesi o piuttosto alla matrice da sempre guelfa del Comune valtarese? La Banti ( 45) lo nomina Castel del Guelfo, includendolo nell’elenco di luoghi ove erano stati trovati reperti romani . Perduta l’antica funzione sarebbe poi diventato una semplice Cà (da locus).
Riteniamo però avesse una sua funzione difensiva alla fine del IX sec a seguito delle invasioni degli Ungari, (vedi la diffusa presenza in zona del culto di San Geminiano) confusi con i Saraceni, stante i numerosi toponimi legati ai “ Sarasin” in quella zona quali “teca dei Sarasin., fosso dei Sarasin”, ecc. Tra l’altro la Petracco Siccardi ha individuato a Lacore di Varsi un “casale” diventato “castellum” nel 904, a seguito proprio dell’arrivo degli Ungari.
All’altro capo della via, a valle del Borgallo, è presente il toponimo “ Castel di Margrai “ ( 46 ), ovvero dei marchesi ( da mark: confine e graf: conte).
Attualmente il toponimo non è più riscontrabile nelle carte geografiche; si trova invece “ la Lobbia”, termine dialettale per frana ( lubia ), tra l’altro ripetuto appena più a valle come “ Lubbia”. Potrebbe essersi ripetuto quanto accaduto al castello di Muceto ( Filattiera ), sostituito dopo la demolizione del castello, dal toponimo “ Macerie”.
Viene citato anche un “ castrum Burgalii” ( 47), senza peraltro fornirne una allocazione.
Riteniamo probabile si tratti dello stesso fortilizio, non essendo pensabile a due realtà militari nello stesso luogo, D’altronde ci sembra pacifico che a guardia del valico, certamente più importante militarmente del Brattello, e di un “Hospitale”, di cui il Capitano Boccia ravvisava ancora tracce nel 1804/5 ( 48 ), vi fosse un opera difensiva.
Più a valle, sopra l’ abitato della Cervara, troviamo il toponimo “Castello”, frequente sull’ Appennino, ma comunque indicante una posizione militare. Considerando la presenza già citata di uno xenodochio e l’importanza della Cervara, almeno secondo quanto appare dalle carte geografiche citate, possiamo pensare anche ad un “ castrum “ o ad un opera difensiva di una certa importanza.
Sul Brattello, alla stessa altezza, viene citato il “ Castelliere dei Cerri“, segnalato per la prima volta da Aldo Mazza nel 1951 sulla Gazzetta di Parma ( 49 ). Questi ne segnala i resti presso l’abitato di Bratto, senza peraltro fornirne ulteriori indicazioni.
La notizia viene ripresa dal Ghiretti e prima dal Corradi Cervi ( 50 ), che lo indica come punto di partenza di una serie di “castellari” liguri, che si estendevano sui crinali appenninici a Solignano, Prelerna, passo Santa Donna, Monte Lama, e collegati a vista, sulle sommità, da punti di segnalazione.
Sarebbero stati edificati in funzione antiromana e quindi rivolti verso il mare.
Ci sembra un ipotesi azzardata che presuppone un coordinamento militare e sociale fra le varie tribù liguri ( Veleiati, Apuani ) abitanti l’appennino, francamente difficile da pensare. Ricordiamo infatti che il Giuliani parla di piccole tribù in quelle zone e che i soli momenti di incontri collettivi erano quelli nei “ conciliabola” ( ubi ad concilium convenitur).
Riteniamo pur senza alcuna prova , possa trattarsi più di un presidio bizantino legato alla guerra contro i Longobardi, tesi giudicata in generale peraltro” verosimile ” dal Ghiretti anche se non provata ( 51 ).
In località Braia (52), viene segnalato il toponimo “ Castello”, appena a valle del piccolo centro. Potrebbe trattarsi di un opera difensiva legata al “ Castrum Grondolae “, ovvero di una torre o di una casa torre ( caminata ). Non avendone notizie, neanche nelle trattazioni del Giuliani, possiamo solo auspicare un indagine archeologica.
Il Castrum Grondulae sopracitato era certamente la fortificazione più importante delle due vie; si estendeva dalla Magra al Verde e di fatto controllava le due vallate e le tre vie che le percorrevano.
Era un “ castrum “ con “ cimae, fortitudines “ steccati, fossati e argini. Fu ceduto al Comune di Piacenza dal marchese Alberto, figlio del defunto Opizzone Malaspina, anche per conto del nipote Corrado il 17 dicembre1195 in Piacenza per 215 lire piacentine.
Il Comune di Piacenza era rappresentato dal podestà, Conte Azzone; il Malaspina, oltre al Poggio di Grondola si impegnò a cedere anche ogni altro poggio della stessa corte; “ ita quod nec illud podium neque aliud nec aliquod castrum possit edifficari neque levari in tota curte Grondule nisi in concordia et parabola atque consensus communis Placentie et domini Alberti marchionis et Conradi nepotis eius “( 53).
Giurò che avrebbe aiutato i Piacentini contro Parma ed i suoi alleati e giurò altresì fedeltà a Piacenza.
I piacentini a loro volta infeudarono Grondola ai nuovi vassalli Malaspina.
Nel 1241 i Pontremolesi occuparono Grondola di sorpresa, ma Federico II ordinò l’abbattimento delle loro mura e torri e nel 1248 ne avocò il possesso alla camera imperiale.
Nel 1271, i Parmigiani d’accordo con i Pontremolesi ricostruirono il castello di Grondola e nel 1273 edificarono la torre che ancora si vede ( 54)
Un’ultima fortificazione, prima di Pontremoli, è segnalata dal Giuliani ( 55 ) nella valle del Verde.
A monte della Pieve di Vignola si trovava il “ castrum Belvedere “; era situato sul colle della Bardera fra i torrenti Picalla e Betinia.
Probabilmente era uno dei tanti “ castrum cum curia “ sorti nel X sec ( 56 ),forse su preesistenti insediamenti difensivi, e nel 1164, quando i Malaspina occuparono la Valtaro, fu infeudato da Federico I ad Obizzo Malaspina.
Le due strade si riunivano, poi, dove ora sorge l’attuale città di Pontremoli, capoluogo dove si riunivano nel medioevo tutte le vie provenienti da Piacenza, Parma ( Cirone ) e dal Genovesato (Rastrello).
Il centro medioevale, sorse, secondo il Giuliani, come necessità di controllo di tali vie. Nacque, quindi, o si sviluppò alla confluenza del Magra e del Verde, su uno degli ultimi rilievi, un castrum, che divenne punto di aggregazione delle popolazioni sparse per “ vici e loci “ viciniori e primo nucleo dell’oppidum, poi comune medioevale.
E’ però da considerare, che al contrario di Borgotaro, nell’Alto Medioevo, non Pontremoli, che probabilmente ancora non esisteva, ma il “ Kastron Soreon “, attuale Filattiera era la sede del Gastaldato bizantino.
Ci si potrebbe domandare a questo punto quale rapporto ci possa essere tra tutte le fortificazioni descritte e l’ipotesi di un sistema difensivo prima bizantino, poi medioevale.
Si è molto discusso sulla “ vexata quaestio” dei castellieri liguri nell’appennino tosco-emiliano- ligure.
Prima il Monaco e poi il Corradi Cervi sostenevano, sulla base di osservazioni probabilmente non supportate da adeguati scavi archeologici, che tutta una serie di resti di fortificazioni ritrovate sull’appennino, fossero state costruite dai Liguri in funzione antiromana.
Da Angelo Ghiretti è stata ( 57) data una risposta, secondo noi, importante al problema. Sulla base di osservazioni, scavi, datazione di ceramiche ritrovate in loco, ha rilevato alcune differenze fra “ castellari liguri e altomedioevali “ e “castellieri tardo medioevali “. In particolare ha evidenziato la differenza nello sviluppo della cinta muraria, curvilinea, presente solo nei punti più esposti, nei “ castellari liguri “ e squadrata nei “ castellieri medioevali “ che presentano pure muri a secco e resti di camminamenti ( castelliere d’Umbria ) a Varsi.
Raramente, Monte Pietra Nera fra Pellegrino e Salsomaggiore, di origine ligure con cinta muraria.
In particolare non si può non pensare che in sostituzione o ristrutturazione di posizioni fortificate dei liguri in funzione antiromana, non siano sorti nel periodo altomedioevale e poi ancora nel IX e X sec. nuovi insediamenti fortificati , come dimostrato da Tiziano Mannoni negli scavi del “ castrum Zirri “ a Zeri.
Questa affermazione tiene conto dell’utilizzo già descritto, nel corso dei secoli, delle vie del Borgallo e del Brattello per raggiungere la Lunigiana, per cui ci pare lecito pensare che nel tratto Borgovalditaro - Pontremoli, ognuno abbia cercato di incastellarsi nelle posizioni più facilmente difendibili, riutilizzando e modificando, ove possibile, le fortificazioni preesistenti.
Ancora di più ciò può essere valido in particolare, durante la guerra greco- longobarda, quando i bizantini avevano il controllo delle due vie in oggetto e di conseguenza dovevano impedire che i longobardi da Solignano, superata la “ clausura vallis “ di Roccamurata, dilagassero attraverso questi due valichi, in Lunigiana, considerando altresì che ad ovest del passo di monte Bardone non sono stati riscontrati quegli incastellamenti difensivi sui controcrinali, del tipo di quelli citati precedentemente.
Il primo incastallamento infatti si ritrova sul monte dei Greci (Bizantini) dopo Varese Ligure.
La via del Borgallo ricalcava anche in parte la cosiddetta via delle Pievi: Bedonia (S.Antonino), Pieve di Campi (Albareto ), Pieve di S. Giorgio a Borgotaro, Vignola (S.Pancrazio), Urceola ( Saliceto di Pontremoli ), Mulazzo (San Martino), Busatica, Vico di Castevoli, Tresana e poi Aulla (58).
La Banti sottolinea l’importanza di questa via, che considera come parte del tragitto originale della via romana.
Correva lungo la sponda destra della Magra in quanto, prima della deduzione di Luni, era attivo il porto di Ameglia, posto dallo stesso lato.
Poiché, secondo tale teoria, le Pievi, particolarmente in Lunigiana, erano originariamente poste nei centri abitati più importanti, sedi di pagi, ancorchè scomparsi, le vie romane dovevano necessariamente passare per tali centri plebani.

Un altro incastellamento difensivo bizantino si trovava, come detto, a Zeri ( Castrum Zirri).
Si raggiungeva lungo la riva sinistra del torrente Tarodine, in Val Taro, dove correva un altra via, quella del Faggio Crociato (59), ora Due Santi, che salendo da Borgotaro ed Albareto, passando per Nola, località di alpeggio, e per Monte Ribone, portava nello zerasco e permetteva, tramite la via dei crinali, di raggiungere il Borgallo o la Foce dei Tre confini ( Forcella del Gottero ), metri 1408.
Questa si raggiungeva anche con una strada che saliva lungo il torrente Gotra (60) da Albareto.
Dai valtaresi era chiamata Via Regia e dai genovesi Via del Sale o Salaria.
Raggiunto il passo, la strada correva lungo il crinale fra la Val di Magra e la Val di Vara.
Era usata non solo per portare il sale in Valtaro, ma anche per la transumanza dei pastori compianesi.
Fu per secoli teatro di dispute fra gli abitanti di Zeri e Godano per l'uso delle terre di crinale; in quanto retaggio di antichi usi liguri. Nel 1780 si ricorse ad un arbitrato del re di Sardegna.
La strada era controllata come detto, dal castello di Zeri, sembra derivante (61) da un castellaro ligure poi castrum romano.
La via scendeva a Bolano e Ceparana con deviazione verso il traghetto di Groppofosco; da Tresana (Trivium)
Su questa via, nel 1167, Moroello Malaspina, guidò Federico I., che dovendo risalire la penisola, trovò la via di Monte Bardone bloccata dai pontremolesi.
Secondo Pavoni (62) da Malnido ( Villafranca ) raggiunsero lo spartiacque alle Pietre Bianche, sopra Calice al Cornoviglio, non potendo sicuramente salire dal passo dei Casoni, troppo vicino a Pontremoli.
Per scendere a Bedonia utilizzarono poi o il Passo delle Cento Croci o quello della Scassella e di qui per la Val d'Aveto.

Nel 1267, Federico, duca d'Austria, per raggiungere a Pisa, Corradino di Svevia, fu guidato da Alberto Malaspina, ultimogenito di Corrado, lungo la via di Zeri e del Gottero, essendo occupata Pontremoli da Carlo d'Angiò.
Dal castello di Zeri, si scendeva lungo il torrente Gordana a Pontremoli, per incontrare la Francigena e attraverso il valico del Rastrello si andava a Godano, in Val di Vara, e di lì per il genovesato ad incontrare l'Aurelia.

Se le vie ad ovest della Francigena rivestivano da sempre un ruolo di strade di comunicazione con il Nord e l'Europa, surrogando a volte la stessa Francigena, quelle poste ad est erano ad uso più locale, in funzione delle necessità commerciali e militari dei vari stati che attraversavano.
La via più a sud è quella che dal parmigiano saliva lungo la strada di Linari ( Lagastrello ). Toccava diverse pievi: Pieve di S. Ambrogio a Bazzano ( XI sec. ), una delle più importanti testimonianze della scultura romanica emiliana; Pieve di S. Maria Assunta a Sasso, di epoca matildica ( XI sec. ), quando la contessa (discendente dagli Obertenghi ) aveva possedimenti anche in Toscana e nel parmense.
Indi la chiesa di S. Giuliana a Moragnano, cappella di Sasso, con 20.000 incisioni ed iscrizioni rupestri, interne ed esterne e la chiesa di S. Maria Assunta di Zibana ( XII / XIII sec. ).
Al passo del Lagastrello si trovava l'Abbazia benedettina di Linari, intitolata a S. Bartolomeo, soggetta alla Pieve di Fornovo. L'abbazia fondata nel X secolo, di cui ci restano poche mura, è ricordata nel capitolum decimarum del 1230.
Fu fondata dagli Estensi e Arrigo IV, nel 1077, ne confermò il giuspatronato a Ugo e Folco d'Este (63). Scendendo verso la Val di Magra, toccava la Pieve di Crespiano, posta alla congiunzione della via romana Parma – Lucca, con la via che sul “limes”, univa la Pieve al castrum di Verrucola. Una lapide del 1079 attesta il restauro della chiesa e la costruzione del campanile (64).
A Monti, toccava la Pieve di S. Maria Assunta di Venelia, nominata nel 998 e collegata alle Pievi di Bagnone e Crespiano .

Da Tavernelle partiva una via di crinale che da Collesino andava a Bagnone. Così pure da Licciana per Panigale, Pieve di Bagnone, e da Monti per Virgoletta e Bagnone.
Dal bagnonese partivano altresì una serie di vie trasversali, dette “ lombarde “, che valicavano il crinale tosco – emiliano, ad altezze notevoli, e che portavano in Val Parma ed Enza.
La prima saliva da Compione verso il passo dei Tornini; a lato quella che andava al passo di Badignana dove si trovano due toponimi :“Fosso dei Lombardi” e “Fosso d'Attori”, questo forse legato a quel Ser Atto di cui fa menzione Manfredo Giuliani (65).
Al valico scendevano entrambe verso il Lago Santo, sui crinali di due sorgenti del torrente Parma verso Corniglio, e Torrechiara, feudo dei Rossi, signori anche di Berceto.
E' da ricordare il Da Faie (68) quando dice che “s’andava a Monti Chiarugo ( Montechiarugolo, in Val d'Enza ) per biave”.

Un via saliva verso il passo delle Guardine ( ora nella foresta demaniale della Val Parma ). Un altra via “lombarda” iniziava alla confluenza fra il Rio Cuccarello ed il Capria; raggiungeva Logarghena, Frattamara ed il Cirone. All'altezza di Frattamara si distaccava un ramo, che per il passo del Portile o Bocchetta dell'Orsaro andava al Lago Santo, e di lì si ricongiungeva al ramo principale. Al Monte Corno la strada scendeva verso Corniglio
Un’altra via importante saliva dalla Valdantena per il Groppo del Vescovo e di lì a Corniglio, feudo dei Rossi.
Tali vie lombarde, legate ad una viabilità minore, erano però importanti perchè consentivano scambi commerciali e sociali tra le località di costa.
La via più importante ad est della Cisa era quella del Cirone. Da Parma passava per Torrechiara, poi l'Abbazia di Badia Cavana, dedicata ai Santi Pietro e Paolo, fondata nel secolo XII dal vescovo di Parma, Bernardo degli Uberti.
La chiesa risale al IX sec.
Vicino a Tizzano incontrava la Pieve di San Pietro Apostolo, già documentata nel 1004, con affreschi del XV sec. Da Corniglio e Bosco, transitando da una via di fondovalle o una di crinale sino al Monte Borgognone, arrivava al passo del Cirone, dove si trovava l'ospedale di Piella Burgari, tenuto dai monaci di Altopascio.
Scendeva poi a Pracchiola. In questo tragitto la boscaglia, secondo gli statuti di Pontremoli, doveva essere tagliata per 100 braccia. Indi Groppodalosio ( Groppo di Alloggio ), Casalina, Versola, Topelecca, Arzengio ( Castrum Arzengi ); di qui si poteva scendere a Pontremoli o a Filattiera.
La via era controllata a bassa costa da una serie di fortificazioni: Muceto, Serravalle e Rocca Sigillina. Quest'ultima fu contesa per anni dai Malaspina, Pontremolesi e Parmigiani, per i quali rappresentava una possibilità di accedere alla Francigena, anche tramite il valico del Cirone, quando la via di Monte Bardone era controllata da forze nemiche.
La via del Cirone fu tenuta per ottanta anni dai Parmigiani, sino al 1313, dopodiché perse notevole importanza. Ne tentò il recuperò, con notevoli spese, nel 1546, Cosimo I de Medici, che acquistata Rocca Sigillina dai Noceti, voleva evitare di passare da Pontremoli, tenuto allora da Filippo II di Spagna. Solo nel XIX e XX sec. la via della Cisa e del Cirone furono rese carrozzabili.
Queste, in sintesi, le principali vie che hanno unito le due terre; la Lunigiana ed la Padania, diverse ma, come visto, collegate da sempre fra loro, con reciproche influenze sul linguaggio, nei costumi, nell'arte. Su di ognuna di queste vie esistono approfondimenti notevoli.
Un grande contributo si deve a Manfredo Giuliani, con i suoi studi specifici ed anche con i suoi continui richiami alla viabilità, in numerosi scritti.
Certamente, quindi, una riaffermazione della importanza della via di Monte Bardone, ma anche un riconoscimento della funzione secolare di tante altre vie e della funzione storica della Lungiana nella storia dei rapporti fra nord e centro Italia.




NOTE

1. G. R. Coppedè: Le vie di commercio in Borgo Val di Taro ed i Fieschi – Borgo Val di Taro 2002
2. A. Ghiretti: Preistoria in Appennino – le valli parmensi del Taro e del Ceno – Grafiche Step Parma 2001
3. Si riconosce la seguente divisione temporale: Paleolitico da 80.000 a 9.000 A.C.; Mesolitico: 9.000/6.000; Neolitico 6.000/3.500; Rame 3.500/2.300; Bronzo 2.300/900; Ferro 900/193 : A .Ghiretti : ibidem
4. A. Ghiretti: ibidem
5. A. Ghiretti: ibidem
6. G. R: Coppedè .op.cit
7. AA. VV.: I Liguri. Questi vivevano originariamente nella zona compresa tra le valli del Rodano e dell’Arno. Piccoli di statura, vestiti di pelli; armati di una spada e di uno scudo ovale con elmo sormontato da un corno ( Diodoro Siculo V 31/1 ). Livio li descrive come guerrieri agili e forti. Posidonio sosteneva che un ligure combattendo contro un Gallo, seppur più grande, lo vinceva. Erano abili mercanti e navigatori. Sulle montagne combattevano con tecniche di guerriglia. Erano considerati la miglior palestra per i soldati romani .che infiacchiti dalle mollezze orientali, nelle guerre contro i Liguri , potevano, secondo Tito Livio in “Ab urbe condita” ritrovare l'antica “vis pugnandi”. I Liguri erano divisi in tribù; si ritrovavano per discutere e commerciare fra di loro e con gli Etruschi ed i Galli, in località dette conciliaboli. M. Giuliani ha ritenuto di identificare lo zerasco come un insieme di piccole tribù liguri con il relativo conciliabolo che può essere identificato nella località “conciliaria”. Utilizzavano proprietà comuni, i compascua solitamente nella zone più alte, sia per il pascolo che per il legnatico. Col prefisso “alb” o “alp”(alpe o arpa) si intendeva originariamente il luogo dei compascua stessi. (fonte: internet ) Si difendevano nei castellari, luoghi di sommità, fortificati, in parte naturalmente, che, in piccolo, richiamavano gli oppida celtici. Pur diversi, erano di ceppo comune ( tant'è che si parla di Gallo-Liguri ). Si ricorda che alla battaglia delle Acque Sextiae fra Romani e Liguri contro i Cimbri, Teutoni e Galli, i due popoli usavano lo stesso grido di guerra: “Ambron”. Erano anche nemici degli Etruschi; attaccarono spesso Pisa, città etrusca, da cui venivano definiti come “vicini fastidiosi” . Combatterono i Romani, che dopo aver sconfitto i Celti, cercarono di occupare le montagne. Distrussero una legione al Saltus Marcius . Furono sconfitti una prima volta dai Romani nel 180 A.C e deportati in 40.000 nel Sannio. Di nuovo si ribellarono nel 155. I Romani distrussero le loro case, le messi , e ne deportarono di nuovo 7.000. Finiva cosi l'epoca dei Liguri Apuani.
8. G. Mariotti: Il pagus mercurialis – La giovane Montagna XII, n° 4, aprile 1947
9. G. Mariotti: ibidem
10. AA.VV. I Celti – La presenza dei Celti in Italia non parte, come spesso si crede, dall'occupazione di Roma ( 386 A.C. ). Secondo Tito Livio, circa 200 anni prima, i Galli erano scesi in Italia e spesso avevano combattuto gli Etruschi, stanziati fra Alpi ed Appennino. Guidati da Belloveso, valicate le Alpi, dopo aver vinto ancora gli Etruschi sul Ticino, si stanziarono nel territorio detto degli Insubri e fondarono Mediolanum ( Cultura di Golasecca).. Indi i Cenomani, insidiatisi fra Brixia ( Brescia ) e Verona, poi i Libui e i Salluvii che occuparono la zona dei Liguri Laevi, collocata sul Ticino. Indi i Boi ed i Lingones, passarono il Po, vinsero gli Etruschi, peraltro impreparati alla guerra, gli Umbri e i Liguri. Da ultimo giunsero i Senoni che occuparono la regione dell'Aesis ( Esino ). Nel 386 si fa cadere l'assedio di Clusium ( Chiusi), casus belli della guerra contro Roma. Nel 369/68, Dionisio, tiranno di Siracusa, che fondò Ancona, reclutava mercenari Celti per la guerra in Grecia. Privi di tradizione scritta, i Celti svilupparono in tutta Europa manifestazioni artistiche notevoli, sia in campo civile che militare. In particolare i torquis, a forma di bracciali e collier, in oro e rame, di cui si adornavano. Andavano in battaglia vestiti di braghe e di sai. “Solo i Gesati si erano schierati in prima fila, nudi, adornati solo di torquis d'oro” ( Polibio ). Descritti come curiosi e fanfaroni, davanti ad Alessandro il Grande , esclamarono che la loro sola paura era che il cielo cadesse loro sulla testa. L'armamento era costituito da un grande scudo ovale, più grande di quello dei Liguri; da una spada lunga, con fodero, che con un sistema di tiranti rimaneva sempre parallelo alle gambe. Le spade, spesso, dopo il primo colpo, si piegavano ed erano costretti a raddrizzarle con un piede. La conoscenza maggiore dei Celti si deve a Cesare ( De Bello Gallico ), che rileva la divisione della Gallia in tre parti: Belgi, Aquitani, Galli, che, nella loro lingua, si chiamavano Celti. Il territorio di Parma era abitato dai Boi, divisi in 112 tribù. Il loro territorio era articolato in una serie di vici – tecta – castella ( Livio). Sconfitti in diverse guerre dai Romani, che fondarono nel territorio dei Senoni, Senagallica, si integrarono nella società romana. Il ritrovamento più vicino a noi è quello della tomba ad inumazione di Casa Selvatica di Berceto, dove sono stati trovati i resti di un guerriero celtico ( boico? ), con le armi spezzate e con un elmo di bronzo sormontato da un corno applicato superiormente. Recentemente a Pulica ( Fosdinovo ) si è scoperta una tomba Ligure ad incenerazione, con una ricca panoplia, costituita da una spada piegata ed un elmo, di fattura etrusca, con due corna simili a quello di Casa Selvatica. Armi celtiche sono state trovate anche nella necropoli di Ameglia ( La Spezia ), datate dal IX al III secolo A.C. Indicano contatti o mescolanze, o addirittura piccoli insediamenti, tra Galli e Liguri. Dimostrano comunque che fra popoli di confine vi erano scambi commerciali. A Villafranca Lunigiana ( Il Secolo XIX – 3/2/35 ) sono state trovate tombe ad inumazione in località S. Bernardino contenenti resti di guerrieri alti circa due metri. Tali resti sono stati dispersi. L'altezza non depone a favore di resti di Liguri, descritti di piccola statura ed agili.
11. M. Giuliani: La via del Borgallo, il Pagus Vignolensis ed il Castrum Grondolae in Archivio Storico per le Provincie Parmensi – IV serie, VI 34
12. N. Criniti: La tavola alimentaria di Veleia – fonti e studi serie prima – Dep. di St. Pat. Provincie Parmensi 1991
13. N. Criniti: ibidem
14. G. P. Salvanelli: La Cisa ed il Cerreto, Storia di due strade nel XIX secolo – Grafiche Conti Aulla 2002
15. G. P. Salvanelli: ibidem
16. M. N. Conti: Itinerari Romani in Lunigiana in memorie dell'Acc. Lun. Cappellini V – 1924 n° 4
17. Tito Livio: Ab urbe condita
18. M. Giuliani: Le vie del Borgallo... op. cit.
19. Dall'Aglio: La viabilità in età Romana, in Momenti storici della Val Tolla – Pro Loco Morfasso 1986
20. Al 476 d.C. Si fa risalire la fine dell'impero romano d'occidente. Odoacre con i suoi Eruli depose l'ultimo imperatore Romolo Augustolo, nel cui nome regnava il padre Oreste, generale dell'imperatore Nepote; Odoacre, che assunse solo il titolo di patrizio, fu sconfitto nel 489 da Teodorico, re dei Goti. Il dominio di questo popolo durò sino al 553, con il re Totila e poi Teia, che furono sconfitti da Narsete, generale di Giustiniano. Questi si installò a Ravenna, sede dell'esarcato bizantino. Narsete nel 568, in rotta coi Bizantini, chiamò in Italia Alboino, re dei longobardi, stanziati in Pannonia ( Ungheria ). Questi occupò il Friuli, poi il Veneto, Milano e la Lombardia. Indi l'Emilia, la Toscana, l'Umbria sino a Benevento. Insediò 36 duchi, in altrettanti ducati, come veri e propri vassalli. Era nato il primo germe del feudalesimo. Ad Alboino, successe prima Clefi, poi nel 585 Autari. I Longobardi mantennero la legislazione romana, affiancandola alla loro. La loro dominazione terminò nel 773, sotto Desiderio ed il figlio Adelchi per opera di Carlo Magno, figlio di Pipino, re dei Franchi, chiamato in Italia dal Papa Adriano.
21. R. Pavoni: dalla curtis bobbiense di Turris al Borgo della Val di Taro; in Borgo Val di Taro e i Fieschi – Borgo Val di Taro 2002
22. R. Pavoni: ibidem
23. R. Pavoni: ibidem
24. Pietro Rameri: Borgotaro riassunto storico dalle origini ai giorni nostri. L’Arcadia- Roma 1918
25. R. Pavoni: dalla curtis bobbiense di Turris al Borgo della Val di Taro; in Borgo Val di Taro e i Fieschi – Borgo Val di Taro 2002
26. M. C. Basteri: La via Francigena nel territorio parmense – Proposte Editrice
27. Ibidem
28. M. Giuliani. La via del Borgallo…op. cit.
29. Ibidem
30. Pietro Rameri: La pieve di Torresana. La Giovane Montagna- Parma 1937. Il Pavoni ritiene l’atto di divisione dei Platoni falso, probabilmente del XV sec. Non ne fa cenno però il Rameri, che quindi lo ritiene vero e così lo Schenoni
31. Ibidem
32. Guglielmo Capacchi: Castelli Parmigiani 1989
33. Registrum Magnum del Comune di Piacenza, doc. 1-273. A. Giuffrè Milano 1984
34. Ibidem
35. Avvallamento, valle.
36. M. Giuliani: la via del Borgallo…op.cit.
37. Ibidem
38. Ibidem
39. G. Mariotti: Il pagus mercurialis – La giovane Montagna XII, n° 4, aprile 1947
40. Antonio Samorè: La Signoria Landi. Centro Studi della Valle del Ceno “Cardinale Antonio Samorè”,1a ristampa 2003
41. Dal tedesco WIFFA, ciuffo di paglia che veniva usato per segnare un confine.
42. Qui era l'ospedale/xenodochio retto dal priore del monastero di Borzone sul Monte Ghitti. Monastero fondato nel 1184, su resti precedenti, che nel 1388 fu concesso a Tommaso Ravaschieri, consorte dei Fieschi, assieme al monastero di Santa Maria del Taro ( Tornolo ) ed alla chiesa di S. Maria al Monte di Mulazzo ( M. Chiappe: vie di comunicazione e controllo del territorio nell'entroterra del Tigullio in Borgotaro e i Fieschi... op. cit. ). Ricordiamo che gli xenodochia erano originariamente ricoveri per pellegrini e spesso anche ammalati, gestiti da varie congregazioni religiose, posti lungo le strade romee. Più tardi si differenziarono gli Hospitalia per il ricovero degli infermi, anche locali. Per una esaustiva informazione si legga il notevole lavoro del Pellegri citato in bibliografia.
43. Paolo Giacomone Piana: Le vie della guerra. Borgo Val di Taro durante la Guerra di successione austriaca 1742/48 in Borgo Val di Taro ed i Fieschi op. cit. Viene riportato un brano di Marin Sanudo ( la spedizione di Carlo VIII in Italia
44. G. Lazzeroni: Insediamenti abbandonati in Lunigiana. I castelli di Treschietto e Iera nella Valle di Bagnone – Studi Lunigianesi Vol. XIX – XX – XXI
45. Luisa Banti. Contributi agli studi della guerra annibalica in Atene e Roma, vol. 32 “via Placentiam- Lucam”
46. Carta aereofotogrammetrica dell’Emilia Romagna
47. Annamaria Rinaldi. Comunicazione alla Deputazione di Storia Patria per le provincie parmensi. Bardi 2006
48. Antonio Boccia: Descrizione geografica, fisica, storica e statistica delle valli del Taro e del Ceno. Ass.
Ricerche Valtaresi “A. Emanuel
49. “Fra castellieri e strade antiche”.
50. Maurizio Corradi Cervi: Il castelliere ligure dei Cerri e il sistema difensivo dei liguri veleiati. Istituto Editoriale Cisalpino Mi. VA
51. Angelo Ghiretti: Preistoria in Appennino. Le valli parmensi del Taro e del Ceno- grafiche Step- Parma 2001
52. Braia stà per campo coltivato, pianura. Bratto dal tedesco BRACHE, campo incolto
53. Registrum Magnum del Comune di Piacenza, doc. 1-273. A. Giuffrè Milano 1984
54. M. Giuliani: la via del Borgallo…op. cit.
55. ibidem
56 Paolo Cammarosano: Storia dell’Italia medioevale, dal VI all’XI secolo. Il Giornale. Biblioteca storica 2001
57 A. Ghiretti: Nuovi dati sull’incastellamento nell’appennino parmense 1988
58 L. Banti: op. cit. ( Tale via correva da Pontremoli ad Aulla parallela alla Francigena, lungo la sponda destra del Magra. A Villafranca, in località Grotto del Garfagnino e su ambedue le rive sono stati rinvenuti i resti di due ponti che avrebbero unito le due sponde ( G. Cavalli: ipotesi sulla villa malaspiniana e le origini di Villafranca – Studi Lunigianesi vol. XVI – XVII – XVIII ).
59 Su questo faggio erano segnati i confini con una croce con capocchie di chiodi. Abbattuto dagli abitanti di Zeri nel 1600. Nel suo tronco vennero inserite le immagini di due Santi.
60 M. Giuliani: Il castello di Zeri e le comucazioni antiche e medioevali nella regione del Gottero – Studi Lunigianesi Anno XI – 1981
61 Ibidem
62 R. Pavoni: dalla curtis op. cit.
63 G. Mariotti: la strada francesca di Monte Bardone. 1940
64 O. Failla .Pievi di Lunigiana, Luna ed
65 M Giuliani M. - La strada Lombarda nell'alta Val di Magra in Arch. St. per la Pr. Par. IV serie, VI, '54

BIBLIOGRAFIA
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Lazzeroni G. - Insediamenti abbandonati in Lunigiana – St. Lunigianesi 1997
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Touring Club Italiano – The route and stage posty from “passo della Cisa”

11 aprile 2009

5 GENNAIO 2009: IL PRESEPE VIVENTE DI VICO VALLE

Avevo visto qualche poster qua e là annunciando il presepe vivente di Vico Valle. Per il 28 dicembre non avevo fatto in tempo, ma questo non volevo perderlo. A Vico Chiesa c'ero stato un paio di anni fa, in una grigia giornata invernale. A dir la verità, mi ero spinto fino a Vico Valle e (colpevolmente), non mi aveva chiamato l'attenzione. Quindi, dopo il nostro giro tra Panicale, Agnino e Moncigoli, arriviamo, un po' in ritardo, a Vico, passando da Bagnone e prendendo la strada per Corlaga. Comincia a essere già un po' scuro, parcheggiamo nei pressi di Vico Chiesa e cominciamo a incamminarci verso Vico Valle. In direzione contraria incrociamo gli sbandieratori di Pontremoli che tornano, ce li siamo persi. Così come abbiamo perso Claudio che si ferma a parlare e non si trova più. Fortunatamente ci accorgiamo di un pulmino che fa la spola tra i due paesini e saliamo, sarebbe stata una gran bella camminata, la facevo più corta.
Appena scesi a Vico Valle, ecco l'entrata del borgo dove lasciare un'offerta per poter entrare, firmiamo il libro delle visite intingendo il pennino nell'inchiostro.
Da qui in avanti sono tutte comparse in costume, tra persone che si congratulano per la riuscita del presepe vivente, orgogliose del loro borgo, per essere riusciti a organizzarlo e far rivevere Vico Valle e farlo conoscere a qualcuno. Ed effettivamente è proprio ben riuscito. Il percorso tra le viuzze lastricate è accompagnato da vino, dolci e musica. Mi sorprende il numero di "fondi" messi a disposizione, moltissimi, e la partecipazione della gente. In questi momenti ci attanaglia anche una nostalgia lunigianese per noi che ci viviamo, senso di comunità, di appartenenza, in queste feste comandate. Ogni due passi si apre un'antica casa con antichi mestieri: il fabbro, l'arrotino, la sarta, il falegname; non mancano ricchi re orientali con le loro dame e i conquistatori romani. Il percorso è ben fatto e permette anche di visitare tutto il borgo, le case in pietra ben tenute e non fatiscenti come incontrate alcune volte.
Prima di finire la visita, scopriamo anche un oratorio recentemente ristrutturato. Alla fine del presepe vivente, quando ormai è buio pesto nonostante siano le sei di sera, ci aspettano vin brulè, panettone e frittelle di castagno con formaggi. Grata sorpresa.

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