Terre di Lunigiana

16 luglio 2007

2 luglio 2007: LA CASCATA DEL TORRENTE MONIA E IL "MULINO D'ARIOLA"
Ebbene si, nonostante la massacrante gita del giorno prima alla cascata di Farfarà, il lunedì proviamo qualcosa di meno impegnativo, ma senza avere un'idea precisa di cosa ci aspetta. Sempre presenti Giovanela e Matteo (stavolta solo lui nostra guida) a cui si aggiunge Simone, che ha il pomeriggio libero grazie alla Madonna del Popolo di Pontremoli.
Ritrovo sempre alle due in piazza a Filattiera. Stavolta partiamo abbastanza in orario, direzione Irola, posta tra i comuni di Filattiera e Villafranca. Appena usciti dal ponte di Filattiera infatti, dopo il rettilineo lungo la SS62 della Cisa, conosciuto anche come "Il Giarone", giriamo a sinistra seguendo i cartelli di Mocrone e Bagnone e ancora subito a sinistra per Irola. Cominciamo a salire e dopo poco, davanti alla Coaf, entriamo in una strada con divieto di accesso per i non addetti (ma noi siamo sempre addetti e poi è un lunedì festivo). Il panorama è da regolamento di conti, attrezzi da lavoro, sterpaglie, sole a picco. Parcheggiamo e scendiamo con difficoltà verso il torrente. Si vede che ci piacciono le cose difficili, facciamo fatica a fare pochi metri, senza nessuna strada. (Anche in questo caso, solo alla fine, mi verrà detto "Saremmo potuti anche passare dove fanno mountain bike, appena dop aver girato a sinistra per Irola...").
Ma eccoci finalmente nel torrente Mónia (pronunciato con O chiusa), che divide i due comuni, in passato causa di annosi scontri tra le due popolazioni per le sue acque e i suoi mulini. Al suo incontro con il Magra poi, esisteva nel Medioevo l'ospedale di Santa Lucia di Selva Donnica, oggi scomparso. Insomma, non solo natura. Si procede con calma, all'inizio il letto del torrente si restringe e l'acqua si fa subito alta, ricordandoci poco poco gli stretti di Giaredo, poi si allarga tra diverse formazioni rocciose, suggestive, anche se meno di quelle del torrente Serra. Siccome qualcosa deve sempre succedere, Simone perde una lente degli occhiali, per un po' continua senza vederci, finchè Matteo non gli risolve la situazione con uno spago. Il Monia non è comunque monotono e tra cascatelle e rocce ci raccontiamo un po' della Via Francigena, nostra prossima impresa (non so quando, ma la prossima), dei bei posti sconosciuti della Lunigiana, della storia di questa zona. Qua almeno non ci possiamo sbagliare e continuiamo la risalita. Da un picolissimo canale sulla destra scende un filo d'acqua in una grossa pozza, davvero teatrale; ci imbattiamo anche in una biscia d'acqua e in un grande esemplare morto. Ogni tanto il torrente si restringe e il livello dell'acqua sale, dobbiamo passare a nuoto o ai lati. Saliamo ancora e dopo circa un'ora, finalmente la cascata. Ogni volta che vedo qualcosa di nuovo dalle nostre parti mi sorprendo di sorprendermi. Tre fili d'acqua cadono da una decina di metri e più, ma ciò che è fantastico è la vegetazione che è cresciuta appena dietro il getto d'acqua, che ci fa ricordare, con le dovute proporzioni, una cacata della selva amazzonica (addirittura!). L'acqua poi è gradevole e ci si sta proprio bene dentro. Si sprecano le foto e anche Matteo e Simone, unu po' reticenti si lanciano.
Ma non è finita qui. Appena a destra si trovano i ruderi del mulino d'Ariola (Irola in dialetto). Qua ci sentiamo proprio Indiana Jones, avventura e archeologia industriale. Saliamo le scale di sasso e ispezioniamo per bene il mulino. Ci sono ancora le macine, quasi sopraffatte dal muschio, parti di pale di legno e diverse abitazioni. Ci chiediamo quale sarà stato il funzionamento, da dove arrivava l'acqua e come muoveva il tutto. Da quanto sarà in queste condizioni? Facilmente non ci si arriva proprio...
Infatti per tornare indietro non torniamo sui nostri passi e scendiamo il canale. Siamo sempre alla ricerca di nuove emozioni... Dopo un centinaio di metri di discesa, sulla sinistra si apre un campo per l'allevamento di cani. Seguiamo Matteo, il nostro segugio per un sentiero invisibile, forse percorso dai cinghiali, che ci porta con belle pendenze fino alla strada per Gigliana. Bivio dopo bivio arriviamo ad un'ampia sterrata, giriamo a sinistra e ci godiamo il panorama della valle, con Irola di Sotto e la sua imponente casa torre lì davanti. Arrivati sulla strada asfaltata, ci facciamo i cinque km che dividono Gigliana e Filattiera, e quindi torniamo a prendere la macchina a Irola.
Per chi volesse fare questo percorso, dopo aver girato a sinistra per Mocrone e subito ancora per Irola, dopo poco, girare ancora sinistra su un ponticello di legno e parcheggiare. Scendere nel torrente e iniziare la risalita. Il ritorno è da fare scendendo il torrente. Ogni altra strada è sconsigliata senza qualcuno del luogo, ci si perde sicuro.

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13 luglio 2007

1 LUGLIO 2007: LA CASCATA DI FARFARÀ E IL TORRENTE SERRA...
Questi puntini di sospensioni verrano capiti solo verso la metà della nostra avventura. A Filattiera per la festa della Fame e della Sete, il sabato sera ci mettiamo d'accordo per una sana escursione depurativa il giorno seguente. Parlando con Giovanela e Matteo, fini conoscitori (qui non è ironico) dei torrenti lunigianesi, decidiamo andare a vedere la cascata di Farfarà sul torrente Verde, sopra il Lago Verde a Pontremoli. La domenica, la giornata è bella e soleggiata, appuntamento in piazza a Filattiera alle 2 del pomeriggio. Dopo la partenza del Gran Premio di Francia, al bar incontriamo Carlo, che convinciamo per aggregarsi e lo stesso facciamo al bar al Ponte con il Vico. Chiedono se devono mettersi le scarpe o possono venire in ciabatte. Naturalmente le ciabatte vanno più che bene per noi (che abbiamo le scarpe, tranne Giovanni, ma lui va ovunque) e ignari tornano a casa solo per prendere un asciugamano. Se ne pentiranno amaramente.

Partiamo allora, oltre Pontremoli, verso la Valle del Verde e poi su fino a Cervara, dove comincia la strada sterrata, 4/5 chilometri, ampia, ma abbastanza sconnessa, fino al lago Verde e ancora un po' più in su. Ci sono alcune indicazioni della cascata e parcheggiamo vicino a un grande pino sulla destra. Ci facciamo una foto di rito, forse inconsciamente e cominciano a scendere lungo il sentiero ben tenuto fino al torrente Verde. La cascata di Farfarà si vede da uno spiazzo panoramico, ma vogliamo andarci proprio sotto. Cominciamo allora a risalire il torrente, con grossi sassi e molti tronchi secchi che rendono il percorso più difficile. Proprio uno di quei tronchi, a settembre dell'anno scorso, si era spezzato in due mentre ci salivo sopra, e avevo desistito dal vedere la cascata, complice l'acqua veramente fredda. Ma stavolta siamo un gruppo numeroso e seguiamo i nostri due condottieri. La risalita è stupenda, un susseguirsi di cascatelle e salti d'acqua, grosse pietre, natura rigogliosa ai lati. Dopo una quindicina di minuti perdiamo Carlo. Infastidito dalle ciabatte, camminava a piedi nudi, ma i sassi e l'acqua non gli danno scampo e si ferma. Noi continuiamo, pensando che ormai la cascata non è lontana, d'altronde, la notizie dei nostri due sherpa sono chiare: "devi solo risalire un po' il torrente e sei arrivato". Dopo 30 o 40 minuti di risalita, bellissima e suggestiva peraltro, Matteo viene assalito da un dubbio: "ma lo sapete che forse questo è il torrente Serra?". Silenzio. Ci spiega che appena arrivati nel letto del Verde, dopo poco, sulla destra c'è un corso d'acqua, forse lo stesso torrente Verde, quindi probabilmente stiamo risalendo il suo affluente di destra, il Serra appunto... Però si corregge subito, non crede che abbia così tanta acqua. E noi continuiamo imperterriti a salire, anche perchè il torrente, qualunque esso sia, è veramente bello. Finchè a un certo punto, ormai provati, Matteo ci dà l'amara conferma: "Stiamo camminando da troppo tempo, questo è il torrente Serra".
Pensiamo a Carlo, che buon per lui si è fermato prima. Ma la voglia di vedere la cascata è sempre forte e ci porta a commettere un secondo errore. Invece di ridiscendere il torrente, facciamo un semplice (?!?!?) ragionamento (e ce ne pentiremo...). Essendo il Serra un affluente di destra del Verde, il Verde deve trovarsi oltre la collinetta che abbiamo alla nostra sinistra (guardando verso fondovalle). Non si dovrà camminare molto, si intravede la luce tra gli alberi. Usciamo dal torrente e cominciano a salire, non c'è nessun sentiero ovviamente e ci facciamo spazio tra la bassa vegetazione, con Stefano che ci copre di insulti per non avergli consigliato di prendere le scarpe. Le vipere poi sono sempre in agguato, anche se Matteo ha con sè un dispositivo contro il veleno, una macchina che dà una piccola scarica elettrica da applicare intorno al morso. Questo naturalmente lo sapremo solo alla fine, Matteo lo mantiene in segreto. Incontriamo subito un ostacolo non da poco, un campo di ortiche che per un centianio di metri ci massacra le gambe.
Lo potremmo vedere come un segnale divino, ma continuiamo a salire. Le ortiche lasciano il posto a foglie secche un po' scivolose, soprattutto per chi ha le ciabatte... La luce tra gli alberi è sempre più vicina, ma la salita è abbastanza ripida. Finalmente arriviamo in cima alla collina, ricompensati da un bellissimo panorama. A questo punto sorge un'altra domanda: "Dove ci dirigiamo?" Giù per l'altro versante o lungo il crinale fino a dove si congiungono i due torrenti? Giovanela pone saggiamente un problema: come sarà la discesa verso il torrente? ci saranno strapiombi o scenderà dolcemente? Comunque rinfrancati, decidiamo scendere diagonalmente verso il torrente Verde. Pensiamo a Carlo, cosa starà facendo? Il Vico è una lamentela continua, con le sue belle ciabatte che si stanno pure rompendo. La discesa non è così facile, il terreno è coperto di foglie, abbastanza ripido e scivoloso. Nonostante tutto seguiamo le nostre due guide alpine che scendono scivolando come se stessero sciando. Siamo praticamente persi nel bosco, conosciamo però la via per tornare sui nostri passi. Ad un certo punto, in un piccolo piano riparato ci aspetta una bella sorpresa: 4 ragazze svedesi nude. No, più prosaicamente, una decina di funghi di grandi dimensioni che ci rallegrano la giornata. Li contempliano e riposiamo un attimo. Ancora non si vede nulla e continuiamo a scendere, stavolta prendendo decisamente a sinistra, dove pensiamo si trovi la cascata. La vegetazione cambia e troviamo quello che sembra un piccolo sentiero molto sconnesso, o almeno ci sembra a noi. Come un miraggio nel deserto, si intravede alla fine acqua. È la cascata! Felicità alle stelle, aumentiamo il passo, ma presto ci rendiamo conto che il presagio di Giovanela era reale. Davanti a noi sulla destra, ultima difficoltà prima di arrivare sotto la cascata di Farfarà, uno strampiombo difficile da superare, anche perchè in quel punto il passaggio è stretto e il monte non dà nessun appiglio. Matteo passa un po' più sotto, ma è molto difficilo lo stesso. Giovanela ci prova e nonostante scivoli e per un momento tratteniamo il fiato e ricordo un passaggio simile quando andammo alle Marmitte dei Giganti di Mommio. Dietro di me, la voce della ragione, ossia il Vico, mi riporta alla realtà. Il rischio è troppo elevato, poi lui ha quelle ciabatte rotte. Impossibile. In un gesto di sublime disinteresse mi offro per accompagnarlo ritornando sui nostri passi. Ci dividiamo ancora quindi, facendo esattamente il contrario di quanto consigliato sul da farsi durante le escursioni: mai dividersi.
La risalita spacca le gambe. Il primo pezzo è massacrante e la stanchezza comincia a farsi sentire. Sono quasi tre ore che camminiamo. Il problema adesso è trovare un passaggio per tornare verso il Serra, ma la collina è uno strapiombo unico e dobbiamo continuare a salire. Il Vico comincia a preoccuparsi per l'orario e l'oscurità, ma lo tranquillizzo come nella scena della ragazza presa dai nervi ne "L'aereo più pazzo del mondo". Cerchiamo la discesa verso il torrente e saliamo ancora, un paio di volte ci sembra di intravedere dei passaggi, ma sono troppo ripidi, fino a che, finalmente, si apre un raggio di luce tra la vegetazione sulla sinistra e vediamo il Serra al fondo di un facile pendio. Suggelliamo il momento con un abbraccio liberatorio.
Sentiamo le pale di un elicotero in lontanza. Pensiamo che Carlo ha chiamato i soccorsi... Ci tocca adesso ridiscendere il torrente e non siamo vicini. Le forze sono al limite, poco a poco, pietra dopo pietra. Siamo anche assetati, l'acqua l'abbiamo lasciata in macchina ovviamente. Confido nella bontà del torrente e bevo. Ad un certo punto, dopo un'ansa, vediamo Giovanela, vivo e vegeto. Subito dopo Matteo. Entrambi ci dicono che la cascata è a 5 minuti a piedi dal bivio iniziale... che l'avevano già vista... ci erano già stati... grandi sherpa, grandissimi. L'ironia si spreca. Ormai la cascata la dobbiamo vedere. Malediciamo il bivio e dopo 5 minuti cinque ci siamo sotto... L'acqua è congelata ma ormai che ci siamo ci immergiamo in parte. Ne è valsa la pena, il salto d'acqua è bellissimo.
Sfiniti, torniamo verso la macchina, l'ultima salita è tremenda per la stanchezza accumulata. Quattro ore di cammino si fanno sentire. Sono arrivato al limite. Intravedo Carlo che si copre con un asciugamano perchè ha freddo. Ci ha aspettato 3 ore accanto alla macchina chiusa, pensando all'inizio del Gran Premio che si stava gustando tranquillamente al bar; lo stesso il Vico, convinto truffaldinamente. Foto di rito, distrutti al ritorno.
Morale: la cascata di Farfarà nel torrente Verde si trova a 10 minuti a piedi da dove si parcheggia la macchina. Si scende fino al torrente e risalendolo cinque minuti si prende a destra fino alla cascata.
Il torrente Serra è l'affluente che scende a sinistra guardando a monte, davvero bello, un continuo susseguirsi di cascatelle e grosse pietre molto scenografiche. Senza l'errore non lo avremmo scoperto.
Consiglio: che andiate a vedere la cascata del Verde o a risalire il Serra, mai scollinare e soprattutto, le ciabatte lasciatele a casa.

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